4. Casi emblematici della caccia
4.1 Lazio — 600.000 € per “fauna inselvatichita” e soppressioni a Montelanico / Carpineto Romano
Contesto e stanziamenti
Nel giugno 2025, la Regione Lazio pubblica sul Bollettino Ufficiale n. 49 un avviso che stanzia 600.000 € per “interventi di contenimento” rivolti a bovini ed equini classificati come inselvatichiti, anche in aree sottoposte a tutela ambientale.
Dietro parole burocratiche come “prelievo” e “contenimento”, si nasconde un piano di eliminazione sistematica di animali che vivono liberi da anni, discendenti di abbandoni e incurie istituzionali.
Il piano prevede catture con reti e gabbie-trappola, teleanestesia e, nei casi “necessari”, abbattimento in loco o successivo mediante tiro da postazioni fisse o mobili.
Non una parola su sterilizzazioni, identificazioni, recinzioni ecologiche o programmi di recupero: la prevenzione sparisce, sostituita dalla logica dello sparo.
Un’impostazione che dilapida risorse e ignora ogni alternativa etica o scientificamente valida, riducendo la gestione pubblica a un’operazione di pulizia biologica.
Le immagini che nessuno dovrebbe vedere
Nei giorni successivi all’avvio del piano, arrivano le prime fotografie: corpi a terra, sangue sull’asfalto, animali ancora vivi che si trascinano sulle zampe ferite.
Gli scatti arrivano dalla strada comunale Carpinetana, tra Montelanico e Carpineto Romano, due piccoli comuni dei Monti Lepini che diventano, loro malgrado, il simbolo di una violenza amministrativa travestita da gestione.
Gli animali, colpiti in strada, vengono lasciati agonizzanti sotto il sole, senza soccorsi, senza controlli veterinari, senza pietà.
È qui che la “gestione faunistica” mostra il suo vero volto: una guerra silenziosa contro la vita stessa, condotta con fondi pubblici e siglata con la parola “conformità”.
Il ricorso e la voce dei cittadini
Le associazioni e i cittadini locali non restano in silenzio: decine di segnalazioni arrivano alle autorità, accompagnate da diffide formali e appelli alla sospensione delle operazioni.
Viene promosso un ricorso al TAR del Lazio, in cui si denuncia l’assenza di piani di prevenzione, la violazione delle norme europee sulla proporzionalità e l’omissione dei metodi non cruenti previsti dalla Legge 157/1992.
Nel ricorso si chiede una moratoria immediata e la verifica dei costi e delle procedure, perché, come sottolineano i firmatari, “nessun abbattimento può essere giustificato se non si è fatto nulla per prevenirlo”.
Montelanico e Carpineto Romano
Nonostante le mobilitazioni, le operazioni proseguono.
Le immagini degli attivisti raccontano una realtà che le carte regionali tacciono: animali uccisi, corpi abbandonati, silenzio istituzionale.
In quei luoghi, dove per molto tempo gli animali avevano convissuto con i cittadini, la Regione ha scelto la via più semplice e più crudele: sparare.
Ma il problema non è l’emergenza: è l’omissione strutturale. Animali lasciati proliferare per anni, senza censimenti, senza piani di recupero, diventano improvvisamente “pericolosi” e vengono eliminati come rifiuti.
Una parabola perfetta della gestione pubblica quando dimentica l’etica: prima abbandona, poi condanna, infine cancella.
Chiediamo che la Regione Lazio renda conto delle proprie scelte: che spieghi le omissioni, assuma le responsabilità e riconosca il fallimento di un modello che colpisce i più innocenti.
Chiediamo una presa di posizione chiara, non a vantaggio delle istituzioni, ma a favore degli animali, dei cittadini e della legalità stessa.
Perché ogni atto compiuto nel silenzio e contro la vita non è gestione: è abuso di potere.
Queste cose non dovevano accadere, non devono accadere, non dovranno più accadere.
Perché la vita non è materia amministrativa: è un dovere morale e civile e ogni volta che un’istituzione sceglie la violenza al posto della prevenzione, tradisce non solo gli animali, ma l’intera cittadinanza che rappresenta.
Profili giuridici e di merito
L’art. 19 della Legge 157/1992 impone la prevenzione non cruenta come prima ratio; il combinato disposto con l’art. 9 Cost. (biodiversità) e con i principi UE di precauzione e proporzionalità richiede piani fondati su evidenza.
Senza censimenti pubblici, indicatori di impatto e rendicontazione dei risultati, il piano scivola nell’illegittimità sostanziale: spesa senza prova di utilità pubblica, danno etico e rischio erariale.
Costi e alternative
Con gli stessi fondi si potevano finanziare mappatura dei varchi e recinzioni a basso impatto, task-force di recupero con affido o trasferimento controllato, cicli di sterilizzazione e monitoraggio trimestrale: tutte misure che riducono i conflitti e tagliano i costi ricorrenti.
Richieste operative (Lazio)
- Sospensione immediata delle soppressioni e audit indipendente su atti, costi e risultati.
- Piano triennale di prevenzione (recinzioni, recupero, sterilizzazione, tracciabilità).
- Report pubblici trimestrali (capi, eventi, spesa, outcome).
- Tavolo tecnico con ISPRA, università e associazioni per protocolli vincolanti non cruenti.
La risposta ufficiale della Regione Lazio: l’arringa dell’indifendibile
A seguito del mail pressing collettivo promosso da Attivismo by Progetto Vegan e da decine di associazioni, la Regione Lazio ha inviato agli attivisti una lunga risposta con cui tenta di giustificare gli abbattimenti di bovini ed equini “inselvatichiti”.
Il documento, riportato integralmente qui sotto, è un esempio emblematico di burocrazia auto-assolutoria: parole come benessere animale e interventi non cruenti vengono usate per legittimare pratiche che nei fatti si traducono in esecuzioni di massa.
Come già denunciato, nessuna delle misure di prevenzione e gestione etica previste dalla Legge 157/1992 — sterilizzazioni, recinzioni ecologiche, piani di recupero — è stata realmente attuata.
L’unico punto certo, dichiarato nel documento stesso, è che “si ritiene di non dover sospendere i procedimenti in atto”: un’ammissione diretta che le soppressioni proseguiranno nonostante il dissenso pubblico e le alternative possibili.
Estratto della risposta ufficiale
“Gentile sig./sig.ra, con riferimento al ticket URP riportato in oggetto si rappresenta quanto segue:
Le misure finora adottate … [testo integrale come da documento originale] …
Pertanto, si evidenzia che la Regione ha agito in piena conformità con la normativa vigente e nel rispetto dei principi etici di tutela del benessere animale, attraverso:
- selettività degli interventi;
- impiego di personale competente e adeguatamente formato;
- utilizzo di strutture autorizzate per il ricovero temporaneo.
- Le richieste di intervento da parte dei Comuni sono sempre più frequenti, a causa della crescente presenza di animali inselvatichiti nelle aree prossime ai centri abitati, con conseguenti criticità in termini di sicurezza pubblica, viabilità e decoro urbano.
- ricorso a tecniche non cruente, con abbattimento previsto esclusivamente in casi eccezionali.
Con riferimento alla richiesta di maggiore trasparenza, si precisa che tutti gli atti sono stati pubblicati sul Bollettino della Regione Lazio e nella sezione Amministrazione trasparente del sito regionale.
Pertanto, si ritiene di non dover sospendere i procedimenti in atto.
Il ticket viene chiuso.
Cordiali saluti,
La Regione Lazio.
Analisi critica della risposta
Questa comunicazione, lunga e densa di tecnicismi, è la fotografia del linguaggio amministrativo che maschera la violenza:
- si riconosce l’impossibilità di gestire gli animali in sicurezza, ma si autorizzano comunque gli abbattimenti;
- si dichiara di agire “in conformità alla normativa vigente”, ma si ignorano gli obblighi di prevenzione non cruenta;
- si invocano “principi etici” mentre si finanziano esecuzioni con fondi pubblici;
- si cita l’ISPRA come garante tecnico, pur sapendo che l’Istituto non certifica né la necessità né la proporzionalità degli interventi, ma solo la loro tecnica di attuazione.
Il tutto si chiude con una frase che suona come una condanna: “Pertanto, si ritiene di non dover sospendere i procedimenti in atto.” Una formula che, in sostanza, equivale a dire: “Continueremo a sparare.”
Fonte pubblica: post Facebook con risposta URP Regione Lazio, novembre 2025.
4.2 Lazio — Violenza armata e fauna domestica: il caso del gatto ucciso e altri episodi
Nel Lazio, dove la caccia si intreccia sempre più con la gestione della fauna “inselvatichita”, si registrano episodi inquietanti che mostrano quanto labile sia diventato il confine tra “caccia autorizzata” e violenza pura.
Le segnalazioni raccolte nel corso del 2025 parlano di colpi sparati in prossimità di case, animali domestici uccisi o feriti, cittadini spaventati e risposte istituzionali deboli o giustificative.
Il caso del gatto ucciso
L’episodio più emblematico riguarda un gatto domestico colpito a morte a pochi metri da un’abitazione privata, in una zona agricola della provincia di Roma.
L’animale, registrato e microchippato, è stato trovato senza vita con evidenti lesioni da arma da fuoco. La denuncia è stata inoltrata alle autorità competenti, ma il caso è stato archiviato come “difficile da attribuire a soggetto identificabile”.
Un episodio simile è avvenuto a Viterbo, dove un cane da compagnia è stato ferito gravemente durante una battuta di caccia al cinghiale.
Analisi legale
Questi fatti rientrano pienamente nel perimetro dell’art. 544-bis e 544-ter del Codice Penale, che puniscono il maltrattamento e l’uccisione di animali per crudeltà o senza necessità, con pene fino a due anni di reclusione.
Inoltre, l’uso di armi da fuoco in prossimità di abitazioni o aree pubbliche configura potenziali violazioni dell’art. 703 c.p. (esplosioni pericolose) e della Legge 157/1992, che impone distanze minime dai centri abitati e dai luoghi frequentati.
Nonostante ciò, le sanzioni vengono raramente applicate, a causa della scarsa sorveglianza territoriale e di un sistema normativo che continua a privilegiare i portatori di licenza rispetto alla sicurezza collettiva.
La risposta istituzionale: una difesa dell’indifendibile
Le comunicazioni ufficiali ricevute dagli URP regionali e dalle amministrazioni confermano un atteggiamento di sostanziale giustificazione.
Le Regioni si difendono citando “problemi di sicurezza pubblica” e “necessità di contenimento di animali inselvatichiti”, scaricando la responsabilità su presunti rischi per la salute o la viabilità.
Il caso del Lazio è emblematico: alla richiesta di sospendere gli abbattimenti e verificare la legalità delle operazioni, la Regione ha risposto con una lunga e burocratica autodifesa, chiudendo il ticket URP e dichiarando di “non dover sospendere i procedimenti in atto”.
Un documento che rivela il cortocircuito tra linguaggio amministrativo e realtà sul campo: la violenza armata viene legittimata in nome della gestione, mentre cittadini e animali restano senza tutela.
Analisi etica e sociale
Questi episodi non riguardano solo la fauna, ma la tenuta morale di una comunità.
Quando un gatto o un cane vengono colpiti da un’arma da caccia, non è più “gestione faunistica”: è il segno di una cultura che ha smarrito il senso del limite. Ogni colpo sparato contro un animale d’affezione è un colpo sparato contro la fiducia, la sicurezza e la civiltà stessa.
Richieste operative e urgenti (Lazio)
- Istituzione di un registro pubblico degli incidenti venatori che includa anche gli animali domestici.
- Revisione delle licenze, con sospensione automatica per chi spara entro i limiti vietati.
- Formazione obbligatoria su sicurezza e rispetto degli animali d’affezione.
- Interventi di mediazione comunitaria nelle aree rurali ad alta densità venatoria.
- Segnalazioni dirette alla Procura e pubblicazione degli esiti giudiziari.
Il Lazio rappresenta oggi lo specchio di un’Italia che tollera l’inaccettabile: un Paese dove la violenza sugli animali viene ancora giustificata come “gestione”, e dove il linguaggio tecnico diventa scudo per eludere le responsabilità morali e legali.
Finché queste dinamiche resteranno impunite, ogni casa di campagna, ogni animale libero e ogni cittadino che cammina in un campo aperto continueranno a vivere nel rischio.
È proprio contro questa normalizzazione della paura che nasce il Dossier Caccia Italia 2025.
4.3 Emilia-Romagna – 1.585 cervi condannati: quando la caccia diventa business regionale
La delibera 1487/2025 e il paradosso della “gestione faunistica”
Il 22 settembre 2025 la Giunta regionale dell’Emilia-Romagna ha approvato la Delibera n. 1487, autorizzando l’uccisione di 1.585 cervi, di cui 487 cuccioli, all’interno del nuovo piano faunistico 2025-2026.
Una misura definita come “contenimento”, ma che nei fatti si traduce in una strage programmata.
Le cifre parlano da sole: i danni agricoli dichiarati ammontano a soli 30.139 euro, mentre gli istituti venatori coinvolti hanno incassato 225.857 euro nella stagione precedente.
Un guadagno netto di quasi 200.000 euro, generato dall’uccisione di animali selvatici con soldi e concessioni pubbliche.
Dietro la retorica del “riequilibrio ambientale” si nasconde un meccanismo di profitto che nulla ha di ecologico: le stesse risorse che potrebbero finanziare la prevenzione, la coesistenza e l’educazione ambientale vengono invece destinate a sostenere un sistema di caccia e addestramento gestito da lobby private.
La denuncia della LAC e l’indignazione pubblica
A denunciare per prima la gravità del provvedimento è stata la LAC Emilia-Romagna, che nel suo comunicato del 25 settembre ha parlato di «divertimento mascherato da gestione».
Le immagini pubblicate dai cacciatori — cuccioli di cervo allineati a terra come trofei — hanno suscitato indignazione in tutta Italia.
«Si divertono ad uccidere 487 cuccioli di cervi», scrive la LAC, rivelando come gli istituti venatori abbiano incassato oltre sette volte l’importo dei danni agricoli dichiarati.
Non si tratta di un’emergenza ambientale, ma di un’economia di sangue, nella quale la vita selvatica diventa moneta di scambio.
L’elenco dei consiglieri regionali che hanno votato a favore — De Pascale Michele, Colla Vincenzo, Allegni Gessica, Baruffi Davide, Conti Isabella, Fabi Massimo, Frisoni Roberta, Mammi Alessio, Mazzoni Elena, Paglia Giovanni, Priolo Irene — resta agli atti come simbolo di una scelta politica cieca e distante dalla volontà popolare.
Le violazioni e le omissioni
Diverse irregolarità emergono dal provvedimento regionale:
- Assenza di prevenzione reale: non risultano adottate recinzioni, dissuasori o piani di coesistenza, come previsto dall’art. 19 della Legge 157/1992.
- Mancata trasparenza: la Regione non ha pubblicato studi, perizie e contratti legati ai piani di abbattimento, violando gli obblighi del D.Lgs. 33/2013.
- Distruzione dell’equilibrio ecologico: in Emilia-Romagna è documentata la presenza del lupo, predatore naturale del cervo; eliminarne le prede significa alterare la catena alimentare, spingendo i lupi verso allevamenti e centri abitati.
- Connessione economica con la filiera della carne di selvaggina: mancano informazioni sulla destinazione delle carcasse, sui controlli sanitari e sui beneficiari privati.
- Uso distorto dei fondi pubblici: quasi duecentomila euro di guadagno privato, mentre la Regione continua a finanziare abbattimenti invece di promuovere soluzioni etiche e sostenibili.
- L’insieme di questi elementi compone un quadro di mala gestione istituzionale, in contrasto con i principi costituzionali di tutela ambientale (artt. 9 e 32) e con il principio di precauzione sancito dall’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
L’azione civica del 25 ottobre 2025
Il 25 ottobre 2025, il movimento Attivismo by Progetto Vegan ha diffuso una diffida sotto forma di mail pressing alla Giunta dell’Emilia-Romagna, invitando la Regione a sospendere immediatamente l’esecuzione della delibera.
La comunicazione, promossa come atto di partecipazione civica e legittimo esercizio del diritto costituzionale (artt. 21 e 118), è stata inviata alla Presidenza della Regione, alla Direzione Generale Agricoltura e alla Segreteria della Giunta.
Il testo denunciava la sproporzione del provvedimento, la violazione delle norme di trasparenza, la distruzione degli equilibri ecologici e il collegamento con interessi economici legati alla carne di selvaggina.
L’appello chiedeva la revoca immediata della delibera 1487/2025, la pubblicazione integrale degli atti, la convocazione di un tavolo tecnico pubblico con esperti indipendenti e associazioni, e la conversione dei fondi regionali in programmi di prevenzione e coesistenza. La mobilitazione ha raccolto adesioni e rilanci sui media locali. Ad oggi, gli abbattimenti non risultano ancora avviati e fonti associative confermano che i piani sono stati temporaneamente sospesi in attesa della valutazione ISPRA e dei ricorsi già depositati.
Questo blocco parziale dimostra l’efficacia delle pressioni pubbliche e il peso della mobilitazione collettiva.
Etica, legalità e futuro
Il caso dell’Emilia-Romagna è l’ennesima prova di un sistema che usa la fauna come strumento politico ed economico.
Laddove la natura chiede equilibrio, la burocrazia risponde con piombo e profitto, ma ogni volta che i cittadini si uniscono, attraverso azioni legali, mail pressing e denuncia pubblica, la verità torna a emergere.
Il principio è chiaro: nessuna gestione è legittima se nasce dal sangue
Una Regione moderna e coerente con l’Europa deve scegliere la via della prevenzione, della scienza e del rispetto.
Le foreste e gli animali non appartengono alla caccia, ma alla vita stessa, e difenderli è un dovere civico, non un atto di protesta.
4.4 Valli Bresciane — bracconaggio, fauna scomparsa e richiesta ufficiale di sospensione degli abbattimenti
Nel cuore della Lombardia, le Valli Bresciane rappresentano uno dei punti più critici d’Italia per densità venatoria e fenomeni di bracconaggio.
Nonostante le ripetute denunce di cittadini e associazioni, gli interventi armati proseguono anche in aree dove la fauna è ormai quasi scomparsa.
Per questo, nel 2025, è stata redatta una richiesta ufficiale alle autorità regionali e territoriali per la sospensione immediata di ogni forma di abbattimento e l’attivazione di misure di prevenzione etica e scientifica, in linea con l’art. 9 della Costituzione e la Direttiva Habitat.
Le Valli bresciane restano il cuore nero del bracconaggio europeo
Durante l’ultima maxi-operazione del Corpo Forestale sono stati rinvenuti oltre 900 uccelli abbattuti e 260 ancora vivi, stipati in gabbie minuscole accanto a decine di armi e reti.
Ogni anno vengono scoperte nuove “centrali” di cattura: casolari pieni di richiami vivi, trappole e gabbie per fringuelli, pettirossi, allodole e cardellini, spesso venduti illegalmente al mercato nero o alla ristorazione locale.
La zona è da anni segnalata nei rapporti europei come black spot del bracconaggio, ma le istituzioni continuano a minimizzare.
Non è “tradizione popolare”: è un sistema criminale organizzato, che muove denaro, silenzi e complicità.
Dietro ogni pettirosso imbalsamato o spiedo “tipico” c’è un crimine contro la vita e la biodiversità.
Nel 2025, associazioni come LAC Lombardia, ENPA, OIPA e Vittime della Caccia hanno diffuso un appello congiunto per chiedere la sospensione immediata della caccia e degli abbattimenti in tutta la provincia di Brescia, fino all’attuazione di controlli indipendenti e piani di prevenzione non cruenta.
Fonti principali
- Carabinieri Forestali, Operazione “Pettirosso 2025” – Report ufficiale Brescia.
- Dossier LAC Lombardia 2024–2025.
- LifeGate, “Rapporto sul bracconaggio in Italia”, ottobre 2025.
- Vittime della Caccia – Osservatorio annuale 2025.
- OIPA Italia – “Trappole e richiami vivi: l’altra faccia della caccia”, 2023.
4.5 Lombardia — Abbattimenti dei leprotti a San Giuliano Milanese: un modello di gestione fallimentare
Nel 2025, nel Parco di San Giuliano Milanese (MI), sono stati abbattuti numerosi leprotti, ufficialmente per “eccesso di popolazione”.
L’intervento, condotto con mezzi letali e in orari notturni, ha suscitato indignazione e proteste da parte dei cittadini, delle associazioni animaliste e dei movimenti civici per la tutela dell’ambiente.
Non si è trattato di un caso isolato, ma dell’ennesima applicazione di una gestione faunistica anacronistica, basata su uccisioni periodiche invece che su soluzioni preventive, etiche e scientificamente validate.
Una scelta che contraddice i principi di sostenibilità
La gestione della fauna selvatica non può essere ridotta a cicli di abbattimenti “per riequilibrare” le popolazioni.
Eliminare una specie non risolve il problema, ma lo rimanda e spesso lo aggrava, creando squilibri ecologici: dove vengono eliminati i leprotti, aumentano altre specie opportunistiche; dove si sterminano le nutrie, altre migrano da territori vicini.
Il risultato è un ciclo infinito di violenza e spesa pubblica, che genera solo nuovi conflitti ambientali.
Questa pratica contraddice i principi fondamentali di:
- Art. 9 della Costituzione, tutela della biodiversità;
- Art. 32, tutela della salute pubblica;
- Legge 157/1992, che prevede l’uso di metodi non cruenti prima di ogni abbattimento;
- Direttiva Habitat 92/43/CEE, che impone strategie di convivenza e prevenzione.
Esempi di alternative etiche e funzionanti
Le tecniche di sterilizzazione e prevenzione non cruenta hanno dimostrato in tutta Italia di essere più efficaci e meno costose:
- Roma: i progetti pilota di gestione urbana hanno ridotto i costi pubblici nel medio-lungo periodo.
- Bolzano e Toscana: sterilizzazioni di conigli e cinghiali con risultati scientificamente monitorati.
- Sesto San Giovanni (MI): sterilizzazione delle nutrie come alternativa permanente agli abbattimenti.
- Gallarate (VA): colonie sterilizzate e monitorate non generano più emergenze né spese annuali.
- Firenze: distribuzione di mais anticoncezionale a base di nicarbazina (Ovistop®), con calo progressivo delle nascite.
- Genova: conferma dell’efficacia anticoncezionale nei test dell’IZS.
- Bassano del Grappa (VI): progetto “Colombo di città”, risultati stabili senza ricorso alle uccisioni.
- Lodi: fallimento dei piani di eradicazione, ripetuti ogni anno con costi crescenti.
Questi esempi dimostrano che la sterilizzazione è più economica, civile e preventiva rispetto agli abbattimenti: riduce la sofferenza animale, gli squilibri ecologici e l’uso improprio di fondi pubblici.
Le richieste avanzate alle autorità
Le associazioni firmatarie e i movimenti civici hanno indirizzato formali comunicazioni a:
- Comune di San Giuliano Milanese;
- Città Metropolitana di Milano / Polizia Provinciale;
- Regione Lombardia;
- ATS/ASL Milano.
Chiedendo:
- La sospensione immediata degli abbattimenti nel Parco di San Giuliano Milanese;
- La pubblicazione degli atti e dei verbali relativi all’intervento;
- L’istituzione di un tavolo tecnico con esperti indipendenti per studiare alternative non cruente;
- La revisione dei criteri di gestione faunistica in tutto il territorio lombardo.
Una questione di civiltà e di coerenza
Sparare, avvelenare o abbattere non è civiltà: è barbarie e spreco.
Non esiste “eccesso di popolazione” quando la causa è la scomparsa degli habitat, la cementificazione e la frammentazione del territorio. Il vero squilibrio non è nella fauna, ma nelle scelte politiche.
L’opinione pubblica, sempre più informata e sensibile, non accetta più soluzioni violente: secondo gli ultimi sondaggi nazionali, oltre l’80% dei cittadini italiani è contrario agli abbattimenti e favorevole alla prevenzione etica.
Come ricordato nel documento inviato al Comune:
“Se la soluzione fosse l’eradicazione, dovremmo eradicare noi stessi. La vera civiltà è applicare strumenti scientifici ed etici, non il piombo.”
Richiesta ufficiale
Si chiede che:
- vengano immediatamente sospesi gli abbattimenti dei leprotti e di altre specie selvatiche nei parchi lombardi;
- siano attivati programmi di prevenzione e sterilizzazione con il supporto di università, ASL e istituti zooprofilattici;
- sia garantita trasparenza pubblica su piani, costi e risultati;
- sia avviata una riclassificazione della fauna urbana come parte integrante del patrimonio ambientale, non come “problema da eliminare”.
Solo così la Lombardia potrà definirsi realmente una regione moderna, etica e sostenibile.
Fonti principali
- Mail pressing ufficiale “Stop abbattimenti dei leprotti a San Giuliano Milanese”, Attivismo by Progetto Vegan, agosto 2025.
- Segnalazioni LAC Lombardia e cittadini di San Giuliano Milanese.
- Dossier ENPA Lombardia, “Fauna urbana e convivenza”, settembre 2025.
- Rapporti Animal Law Italia, “Gestione non cruenta della fauna”, 2024.
4.6 Operazioni notturne di “contenimento fauna selvatica” nell’hinterland milanese
Negli ultimi anni, numerosi Comuni dell’area metropolitana di Milano — tra cui San Giuliano Milanese, Rozzano, Segrate, Peschiera Borromeo e San Donato — hanno autorizzato interventi notturni armati di “contenimento della fauna selvatica”.
Si tratta di operazioni condotte da personale faunistico o dalla Polizia Provinciale in orari compresi tra le 22:00 e le 05:00 del mattino, ufficialmente per “garantire la sicurezza pubblica” e “limitare i danni agricoli”.
In realtà, queste azioni si svolgono senza trasparenza né partecipazione pubblica, spesso in prossimità di aree abitate o parchi frequentati da cittadini e animali domestici.
Le segnalazioni ricevute da residenti e associazioni riportano spari notturni, carcasse abbandonate e assenza di cartelli di preavviso, con grave rischio per la sicurezza e violazione dei principi minimi di gestione responsabile della fauna.
Secondo i comunicati regionali, gli interventi rientrano nei piani di “gestione degli ungulati e dei sinantropi”, ma le categorie coinvolte comprendono anche specie non invasive né pericolose: conigli selvatici, nutrie già sterilizzabili, ricci e volpi.
Si tratta, a tutti gli effetti, di un sistema di abbattimenti preventivi che riproduce su scala urbana le logiche venatorie dei distretti rurali.
Le associazioni di tutela ambientale e il movimento Attivismo by Progetto Vegan richiedono formalmente:
- la sospensione immediata delle operazioni notturne armate nei parchi e nelle aree periurbane;
- la pubblicazione di tutti gli atti e dei verbali relativi ai piani di contenimento;
- la valutazione di impatto ambientale e sanitario sulle aree interessate;
- la revisione completa dei protocolli regionali, per sostituire gli abbattimenti con metodi di gestione etica e scientifica.
Queste operazioni, presentate come tutela dell’ambiente, violano invece il principio di precauzione (art. 191 TFUE) e la Legge 157/1992, che prescrive l’uso esclusivo di metodi non cruenti se disponibili.
Trasformare i parchi in campi di tiro notturni significa normalizzare la violenza come strumento di gestione del territorio.
“La notte, mentre i cittadini dormono, si uccidono animali innocenti in nome della sicurezza.
Ma un Paese civile non può proteggere la vita umana sacrificando la vita animale.”
Fonti principali
- Segnalazioni cittadini San Giuliano e Rozzano, estate 2024–2025.
- Mail pressing “Stop operazioni notturne nei parchi lombardi”, Attivismo by Progetto Vegan, giugno 2025.
- Comunicati LAC Lombardia e OIPA Milano, luglio 2025.
- Rassegna stampa: Il Giorno (9 luglio 2025), Mi-Tomorrow (15 luglio 2025).
4.7 Caso Como — il daino ucciso: la crudeltà travestita da “sicurezza”
Il caso del daino abbattuto a Como rappresenta un esempio emblematico di come, in nome della “sicurezza pubblica”, venga perpetrata una violenza istituzionale contro la fauna selvatica senza un’effettiva motivazione tecnica né reali tentativi di soluzioni non cruente.
Secondo la ricostruzione giornalistica, un daino fuggito da un allevamento si era rifugiato all’interno del cortile di una tintoria nella periferia sud di Como, nel quartiere Rebbio. L’animale, spaventato e disorientato, è stato segnalato e sulle operazioni successive hanno operato otto agenti della Polizia Provinciale insieme a personale del servizio veterinario dell’ATS Insubria.
A fronte di questa situazione, confinata in uno spazio privato, sorvegliata e sotto controllo, la versione ufficiale sostiene che siano stati fatti tentativi di catturare l’animale con reti e si sia valutata l’ipotesi di narcotizzarlo. Tuttavia, secondo le autorità intervenute, questi tentativi “si sono rivelati infruttuosi” e quindi si sarebbe deciso di procedere all’abbattimento per presunti motivi di sicurezza.
Le associazioni animaliste, in particolare LNDC Animal Protection, hanno contestato con forza questa narrativa, definendola insufficiente e superficiale. LNDC ha presentato una richiesta formale di accesso agli atti per ottenere la documentazione ufficiale dell’intervento e verificare se e come siano stati realmente effettuati tutti i tentativi di gestione non cruenta dell’animale.
Secondo le relazioni fornite da ATS e Polizia Provinciale — per quanto ricostruito sulle tempistiche ufficiali — l’animale si muoveva in modo agitato, ritenuto da alcuni tecnici ostacolo alla sedazione. Tuttavia, non è stata data una motivazione tecnica dettagliata sul perché non fosse possibile l’utilizzo di strumenti come un fucile narcotizzante, nonostante fosse presente personale con equipaggiamento adeguato. LNDC sottolinea che questa lacuna nelle risposte lascia aperto il dubbio che si sia scelta la via più semplice, cioè l’abbattimento, piuttosto che quella più rispettosa della vita dell’animale.
Questo episodio, oltre a sollevare dubbi sulle procedure operative, evidenzia una tendenza sistemica all’uso della forza letale in situazioni dove le alternative — anche se più complesse o dispendiose in termini di tempo — non vengono sufficientemente perseguite. Tale approccio non può essere qualificato come sicurezza pubblica efficace se manca una valutazione trasparente dei costi etici, tecnici e giuridici legati alle scelte operative.
Fonti principali
- Versione ufficiale dell’abbattimento: Polizia Provinciale di Como – “decisione drastica ma inevitabile” per motivi di sicurezza dopo tentativi di cattura falliti.
- Comunicati e richieste di trasparenza da parte di LNDC Animal Protection, che evidenziano la mancanza di spiegazioni chiare sul mancato uso della narcotizzazione.
4.8 Liguria — Fauna periurbana, bracconaggio costiero e sicurezza dei cittadini
Contesto
La Liguria è una striscia di terra compressa tra mare e monti: insediamenti densi, aree verdi frammentate, corridoi ecologici fragili. In questo equilibrio sottile, interventi venatori “in deroga”, bracconaggio nelle fasce costiere e azioni di controllo mal progettate generano rischi reali per i cittadini, impatti sugli ecosistemi e un clima di tensione.
Episodi e criticità ricorrenti (ultime settimane/mesi)
- Fasce periurbane: attività di cattura e abbattimento a ridosso di case, parchi e sentieri collinari, con colpi in ore notturne e senza adeguata segnalazione.
- Aree costiere e litoranee: bracconaggio su avifauna migratrice e specie protette; uso di richiami elettronici e reti; bossoli abbandonati su spiagge e sentieri con impatto su decoro, turismo e sicurezza.
- Corridoi ecologici interrotti: recinzioni casuali e trappolaggi non selettivi causano mortalità indiretta e desertificazione locale.
- Sicurezza pubblica: colpi percepiti vicino alle abitazioni, violazione delle distanze minime, difficoltà di vigilanza continuativa.
Cosa insegna il caso Liguria
- In territori densamente abitati, la gestione faunistica richiede standard più alti di trasparenza e pianificazione: notte e armi sono una combinazione pericolosa.
- L’avifauna migratrice del corridoio tirrenico è sotto pressione: senza alternative non cruente, come recinzioni, gestione rifiuti e contraccezione, gli abbattimenti aggravano il conflitto.
- La tenuta turistica, tra decoro, sicurezza e reputazione “green”, è parte dell’interesse pubblico: bossoli e carcasse danneggiano l’immagine della regione.
Profili legali essenziali
- Legge 157/1992 (art. 19): prevenzione non cruenta come prima opzione, interventi letali solo come extrema ratio.
- Direttive UE “Uccelli” e “Habitat”: tutela dell’avifauna e divieto di mezzi non selettivi, come richiami elettronici e reti.
- Sicurezza pubblica: rispetto delle distanze minime da abitazioni e sentieri; valutazioni di rischio periurbano; tracciabilità di operatori e munizioni.
- Trasparenza: pubblicazione preventiva di piani, mappe, orari e squadre; report consuntivi con numeri e risultati tecnico-scientifici.
Richieste operative (Liguria)
- Sospensione immediata degli interventi notturni in aree periurbane e costiere.
- Piano anti-bracconaggio costiero: controlli coordinati, sequestro richiami, tracciabilità bossoli, hotline dedicata, report trimestrali pubblici.
- Pacchetto prevenzione: gestione rifiuti, recinzioni intelligenti, dissuasori luminosi/acustici certificati, contraccezione dove applicabile, ripristino dei corridoi ecologici.
- Portale Open Data Liguria Fauna con atti, mappe, numeri di prelievo, incidenti, sanzioni e costi pubblici.
- Campagna civica “Sentieri sicuri”: cartelli temporanei, numeri di emergenza e co-progettazione con associazioni e comitati locali.
4.9 Sardegna — Caccia, cinghiali e sicurezza: criticità di gestione e proposte operative
Contesto
La Sardegna è un territorio di alto valore naturalistico, caratterizzato da ecosistemi unici e da una significativa presenza di fauna selvatica, tra cui il cinghiale (Sus scrofa). Negli ultimi anni, l’incremento delle attività venatorie e l’adozione di piani di intervento basati principalmente su abbattimenti selettivi hanno sollevato crescenti criticità gestionali, ecologiche e sociali, evidenziando la necessità di strategie alternative fondate su prevenzione, monitoraggio scientifico e cooperazione tra istituzioni e comunità locali.
Casi e segnali raccolti
- Incidenti e ferimenti
Segnalazioni di ferimenti involontari in aree frequentate da escursionisti, residenti e turisti, che sollevano dubbi sull’efficacia delle misure di sicurezza adottate durante la stagione venatoria.
- Impatti su habitat sensibili
Interventi di abbattimento intensivo hanno provocato alterazioni nelle catene trofiche, con conseguenze negative quali aumento dell’erosione del suolo e diminuzione della copertura vegetale nelle aree colpite.
- Critiche da associazioni locali
Organizzazioni ambientaliste e associazioni di cittadini hanno denunciato:
- mancanza di censimenti adeguati delle popolazioni faunistiche;
- scarsa trasparenza sui risultati degli interventi venatori;
- assenza di bilanci economici dettagliati relativi ai costi sostenuti.
Analisi degli impatti
Ecologico
- Squilibri nelle popolazioni faunistiche dovuti alla rimozione selettiva di individui;
- Perdita di resilienza degli ecosistemi naturali, in particolare in habitat fragili come le zone umide costiere e le foreste di Montiferru.
Economico
- Ripetute spese pubbliche per interventi venatori non accompagnate da benefici misurabili o da valutazioni costi-benefici trasparenti;
- Mancata quantificazione dei costi complessivi legati a incidenti, danni alle colture e gestione rifiuti.
Sociale e turistico
- Percezione diffusa di insicurezza nei confronti della caccia, soprattutto in alta stagione turistica;
- Danno d’immagine per i settori dell’outdoor e del turismo sostenibile, penalizzati da incidenti o conflitti con la fauna selvatica.
Sanitario
- Segnalazioni di gestione inadeguata dei resti di animali abbattuti;
- Aumento potenziale del rischio di zoonosi in assenza di procedure rigorose di tracciamento e smaltimento.
Criticità gestionali
- Assenza di censimenti scientifici affidabili
La mancanza di dati accurati sulla densità e sulla distribuzione dei cinghiali ostacola la pianificazione di misure efficaci e basate su evidenza scientifica.
- Gestione emergenziale
Le risposte sono spesso basate su logiche emergenziali piuttosto che su piani pluriennali di prevenzione, monitoraggio e controllo non cruenti.
- Comunicazione istituzionale insufficiente
La mancanza di informazioni chiare e condivise verso cittadini, stakeholder locali e comunità scientifica alimenta diffidenza e conflitti.
- Mancanza di programmi strutturati di prevenzione
Interventi come recinzioni ecologiche, gestione dei rifiuti e formazione continua per agricoltori non sono adeguatamente implementati o valutati.
Richieste operative e proposte concrete
Monitoraggio e trasparenza
- Progetti pilota di sterilizzazione mirata e monitoraggio GPS delle popolazioni con report trimestrali pubblici.
- Obbligo di monitoraggio post-intervento con pubblicazione di report tecnico-scientifici in open data.
Gestione territoriale
- Zone cuscinetto attive in alta stagione turistica: sospensione temporanea delle attività venatorie in aree ad alta frequentazione.
- Piano di prevenzione territoriale, comprendente:
- gestione sistematica dei rifiuti agricoli e urbani;
- recinzioni ecologiche sostenibili nelle aree con alto rischio di conflitto;
- percorsi di formazione e assistenza per agricoltori e allevatori.
Governance e partecipazione
- Tavoli tecnici permanenti con comunità locali, istituzioni, enti di ricerca come ISPRA, associazioni ambientaliste e rappresentanti del settore turistico.
- Trasparenza sui finanziamenti e sugli appalti: pubblicazione di costi, risultati attesi e indicatori di performance.
Controlli e sicurezza
- Rafforzamento dei controlli anti-bracconaggio con sanzioni chiare e procedure di indagine trasparenti.
- Campagne territoriali di informazione rivolte a residenti, visitatori e operatori turistici sulle norme di sicurezza e sulle buone pratiche di convivenza con la fauna selvatica.
Ruolo della comunità oggi
Cittadini e comunità locali possono contribuire alla gestione responsabile attraverso:
- documentazione puntuale degli interventi (foto, orari, numeri di provvedimento);
- invio di segnalazioni ufficiali alle autorità competenti, conservando la documentazione;
- condivisione di materiali nel dossier collettivo per supportare analisi e proposte;
- sostegno pubblico a richieste di moratoria temporanea in aree turistiche durante i periodi di maggiore affluenza.
Conclusione
La situazione in Sardegna richiede un cambio di paradigma: da una gestione basata su interventi emergenziali e abbattimenti a una strategia preventiva, scientificamente documentata, trasparente e partecipata.
Le proposte operative qui delineate rappresentano un primo quadro di azioni concrete orientate alla sicurezza pubblica reale, alla tutela degli ecosistemi, alla riduzione dei conflitti e alla valorizzazione sostenibile del patrimonio naturalistico dell’isola.
Per approfondimenti: documento di approfondimento
4.10 Umbria / Perugia — Colpi verso abitazioni e rischio quotidiano: la caccia come minaccia civile
Contesto
Nel cuore verde d’Italia, l’Umbria è da sempre terra di foreste e biodiversità, ma anche una delle regioni con la più alta densità venatoria in rapporto alla popolazione.
Negli ultimi anni, numerosi episodi hanno mostrato il lato oscuro di questa convivenza: colpi d’arma da fuoco a pochi metri dalle case, pallini nei giardini, paura costante tra i cittadini che vivono nelle campagne.
Episodi e segnalazioni
A Perugia, Terni e nei piccoli centri rurali tra il Trasimeno e l’Appennino si moltiplicano le testimonianze di colpi sparati vicino a strade, scuole o abitazioni. Abbiamo così famiglie costrette a rinunciare a passeggiate nei boschi, bambini tenuti lontani dai campi in autunno, proprietari che trovano bossoli nei cortili.
I comitati locali denunciano da anni la violazione delle distanze minime di sicurezza, 150 metri dalle case, come previsto dalla Legge 157/1992, e l’assenza di controlli effettivi sulle licenze di caccia.
Molte segnalazioni raccontano anche l’inefficacia dei canali istituzionali: la Polizia Provinciale non sempre interviene tempestivamente e spesso i procedimenti vengono archiviati per “assenza di prove dirette”.
Nel frattempo, il clima di paura cresce.
Implicazioni legali e di sicurezza pubblica
Ogni colpo esploso in prossimità di abitazioni o spazi pubblici costituisce un potenziale reato di pericolo, sanzionabile ai sensi dell’art. 703 c.p. (accensioni ed esplosioni pericolose) e degli artt. 544-bis e 544-ter in caso di lesione ad animali domestici o d’affezione.
Tuttavia, la difficoltà di identificare i responsabili e la carenza di controlli rendono la norma quasi inapplicata.
Inoltre, la Legge Regionale Umbria n. 14/1994, che recepisce la Legge 157/1992, prevede l’obbligo di delimitare le zone di caccia, ma nella pratica questo avviene di rado, lasciando vaste aree “grigie” dove cittadini e cacciatori si trovano fianco a fianco.
Conseguenze ambientali e sociali
- Degrado della convivenza: molte comunità rurali vivono l’autunno come una stagione di chiusura, con finestre serrate e animali domestici tenuti in casa per timore di incidenti.
- Perdita di fiducia nelle istituzioni: la sensazione che “nessuno controlli davvero” alimenta sfiducia e rassegnazione.
- Rischio economico: gli incidenti venatori, anche solo con danni materiali, generano costi assicurativi e sanitari spesso coperti con fondi pubblici.
Richieste e proposte operative (Umbria)
- Istituzione di zone di rispetto permanenti intorno ai centri abitati e alle aree ricreative.
- Obbligo di monitoraggio acustico e geolocalizzazione digitale durante le battute.
- Revisione delle licenze e sospensione immediata in caso di violazione delle distanze di sicurezza.
- Attivazione di linee dirette regionali di emergenza per le segnalazioni dei cittadini, con risposta entro 24 ore.
- Campagne di informazione e segnaletica visibile nei periodi venatori, per proteggere escursionisti e famiglie.
- Piani di coabitazione ecologica tra fauna e popolazione umana, con priorità alla prevenzione e non al prelievo armato.
Prospettiva civile e politica
L’Umbria diventa così il simbolo di un’Italia rurale che chiede rispetto: il diritto al silenzio, alla sicurezza, alla libertà di camminare nei propri campi senza paura.
Le istituzioni locali, se vogliono recuperare fiducia, devono invertire la rotta e considerare la gestione faunistica non come un affare per pochi, ma come una responsabilità pubblica verso tutti.
Contesto biologico e demografico
La popolazione di orso bruno nelle Alpi centrali, in Trentino, è stata recuperata con il progetto Life Ursus (1999–2002), che ha reintrodotto 10 esemplari di origine slovena e ha permesso lo sviluppo di una popolazione stabile e in crescita.
Oggi in Trentino si stimano circa 90–100 orsi adulti, con una tendenza crescente della popolazione e numerose cucciolate negli ultimi anni. I monitoraggi, condotti da autorità forestali, musei scientifici e ISPRA, raccolgono dati genetici, GPS e segnalazioni di presenza.
Secondo i rapporti ufficiali più recenti, nel 2024 la popolazione era stimata in circa 98 individui, con numerosi casi documentati di danni a apiari, agricoltura e piccoli allevamenti.
Gestione istituzionale e criticità normative
Normativa provinciale vs. normativa UE
La gestione dell’orso in Trentino è disciplinata da leggi provinciali, come la Legge provinciale di Trento n. 9/2018 e successive modifiche, che recepiscono la Direttiva 92/43/CEE (“Direttiva Habitat”).
Tuttavia, numerose associazioni ambientaliste denunciano che alcune modifiche legislative, soprattutto quelle che prevedono la possibilità di abbattere fino a 8 orsi l’anno se ritenuti “problematici”, rischiano di essere in contrasto con gli impegni europei di tutela delle specie protette.
La Commissione Europea ha richiamato più volte l’Italia e la Provincia di Trento affinché adottino misure proattive e preventive per proteggere l’orso bruno e rispettare pienamente la Direttiva Habitat, evidenziando che non ci sono scuse per la mancata attuazione delle prescrizioni comunitarie in materia di gestione della fauna e sicurezza umana.
In passato, il Consiglio di Stato italiano aveva già annullato linee guida provinciali che prevedevano l’abbattimento automatico di orsi “problematici” senza adeguata indagine, ribadendo l’obbligo di valutazioni specifiche caso per caso.
La puntata di Mi Manda Rai3 del 2 novembre 2025, condotta da Federico Ruffo, ha portato all’attenzione del pubblico nazionale immagini, testimonianze e denunce relative alla gestione degli orsi in Trentino, documentando:
- orsi rinchiusi in cattività;
- carcasse di animali mai chiarite;
- pelli di cuccioli rinvenute persino in aree frequentate da bambini;
- denunce anonime di omissioni e violazioni amministrative.
Subito dopo la messa in onda, vi sono state reazioni intemperanti da parte di esponenti politici locali, con annunci di interventi presso la Commissione di Vigilanza RAI e accuse di manipolazione dell’informazione.
Il presidente del Consiglio regionale trentino ha giustificato l’atteggiamento della Provincia sostenendo che “gli orsi problematici o pericolosi vanno abbattuti per tutelare la vita umana”. Questa affermazione ha polarizzato il dibattito pubblico e mediatico.
La vicenda mostra come il dibattito sulla gestione degli orsi sia spesso strumentalizzato da logiche di potere e consenso politico, con pressioni su media e istituzioni per oscurare o minimizzare informazioni scomode.
Casi specifici e gestione tecnica
Un esempio concreto di criticità è il caso dell’orso M90, valutato da ISPRA sulla base del PACOBACE (Piano d’Azione Interregionale per la Conservazione dell’Orso Bruno nelle Alpi centro-orientali).
ISPRA ha confermato la presenza di comportamenti problematici in alcune categorie previste dal PACOBACE, ma ha sottolineato che la decisione finale sugli interventi — cattura, captivazione o abbattimento — spetta esclusivamente all’Amministrazione provinciale, secondo le leggi vigenti.
ISPRA ha inoltre raccomandato misure preventive, come la messa in sicurezza dei cassonetti dei rifiuti (“cassonetti anti-orso”), per ridurre comportamenti di confidenza e possibili rischi per la fauna e i cittadini.
Aspetti sociali e di percezione pubblica
La presenza degli orsi è percepita in modo diverso tra la popolazione:
- Sicurezza e preoccupazioni locali: alcune comunità locali esprimono timori legati alla presenza di orsi vicino a centri abitati e attività outdoor.
- Campagne di informazione: studi riportano che in alcune aree il livello di informazione corretta sui comportamenti da adottare in caso di incontro con un orso è elevato, ma varia significativamente tra residenti e non residenti.
Collegamento al quadro giuridico complessivo del dossier
Questo episodio si collega alle principali criticità giuridiche, etiche e amministrative già analizzate nel dossier:
- Necessità di trasparenza e responsabilità amministrativa: i casi documentati evidenziano come decisioni legislative e gestionali debbano basarsi su evidenze scientifiche e non su spinte politiche o pressioni mediatiche.
- Impatto su risorse pubbliche: la gestione degli orsi — tra monitoraggi, interventi sanitari, ricorsi e contenziosi — comporta costi pubblici rilevanti, sottraendo risorse ad altre forme di conservazione e prevenzione.
- Compatibilità con normative UE: la gestione autonoma deve essere pienamente conforme ai principi di tutela delle specie protette sanciti dall’Unione Europea, pena il rischio di procedure di infrazione e sanzioni.
- Ruolo dell’informazione libera: la possibilità di informare correttamente i cittadini è un valore fondamentale per la qualità delle decisioni pubbliche.
Conclusione
La vicenda degli orsi in Trentino mette in luce una complessa intersezione fra gestione faunistica, diritto europeo, politica locale, informazione e percezione pubblica.
Per una gestione efficace, etica e sostenibile è fondamentale:
- adottare criteri trasparenti basati su dati scientifici;
- garantire protezione e sicurezza per cittadini e fauna senza strumentalizzazione;
- assicurare rispetto delle normative UE e italiane;
- promuovere una informazione libera e documentata che non sia ostacolata da pressioni politiche o mediatiche.
Fonti video e stampa
- RaiPlay – Mi Manda Rai3, puntata del 02/11/2025 – RaiPlay
- Il Dolomiti – articolo sulla reazione politica alla trasmissione – Il Dolomiti
Questo episodio conferma quanto il dibattito sugli orsi sia ormai strumentalizzato da logiche di potere e consenso. La violenza istituzionale sugli animali diventa violenza sull’informazione: chi racconta la verità viene accusato, chi difende gli orsi viene minacciato, chi governa pretende il silenzio.
4.12 Il silenzio del Gargano — la fine della selvaggina anche nelle aree protette
Contesto territoriale e biologico
Il Gargano, tra il Lago di Varano, San Nicola Imbuti, Apricena e Lesina, è storicamente un’area di grande biodiversità, ricca di uccelli acquatici, piccoli mammiferi e rettili.
Negli ultimi vent’anni, osservatori locali, associazioni e ricercatori universitari segnalano un declino drastico della fauna selvatica:
- piccola selvaggina praticamente scomparsa;
- ridotta presenza di uccelli migratori e nidificanti;
- cinghiali isolati lungo le strade;
- aumento di specie sinantropiche come gabbiani e piccioni;
- presenza frequente di animali domestici investiti, come cani e gatti.
Le osservazioni sul campo confermano un vero e proprio deserto biologico, in cui la caccia continua, ma non esiste più fauna da gestire.
Fonti e monitoraggi
- Segnalazioni di associazioni come ENPA, LAV e WWF Gargano;
- dati preliminari di università locali, come l’Università di Foggia, Dipartimento di Biologia, sulle specie residue;
- report di ispettorati provinciali e Parco Nazionale.
Attività venatoria e vuoto ecologico
Nonostante la drastica riduzione della fauna, ogni weekend le doppiette continuano a sparare, anche vicino al lago e in aree soggette a vincoli paesaggistici e ambientali.
Le amministrazioni locali giustificano la caccia come “contenimento”, ma la realtà dimostra che non c’è più nulla da contenere.
Effetti osservati:
- ulteriore aggravamento del deserto biologico;
- morte di specie residue non target;
- erosione dell’ecosistema e perdita di biodiversità;
- disconnessione tra gestione faunistica ufficiale e realtà ecologica.
Normativa e profili giuridici
La situazione evidenzia violazioni della Legge 157/1992, che tutela la fauna selvatica come patrimonio indisponibile dello Stato e impone una gestione basata su criteri scientifici e preventivi.
Aspetti giuridici rilevanti:
- la caccia in assenza di fauna configura un’azione non giustificata, contraria ai principi di tutela ambientale;
- possibile violazione di vincoli paesaggistici e di aree protette, se autorizzata senza censimenti;
- collegamento diretto alla sentenza del Consiglio di Stato del 29/01/2026, che afferma che la gestione della fauna deve essere valutata fondo per fondo, con motivazioni concrete e scientificamente dimostrate;
- applicazione dei principi di precauzione e responsabilità ambientale sanciti dalla normativa europea, in particolare Direttiva Habitat e Convenzione di Berna, in caso di gestione inefficace o dannosa.
Coinvolgimento civico e universitario
Negli ultimi anni, comitati locali, osservatori naturalistici e gruppi indipendenti di volontari hanno intrapreso monitoraggi e raccolta dati sul campo, producendo:
- segnalazioni e report sulla fauna residua;
- lettere e petizioni a Regione Puglia e Ente Parco Nazionale del Gargano;
- denunce sulla mancanza di vigilanza e autorizzazioni illegittime.
Nota operativa: la mancata risposta istituzionale evidenzia una grave omissione di tutela ambientale, con responsabilità diretta di sindaci e Regione Puglia.
Proposte operative e richieste urgenti
Per fermare il degrado biologico e garantire la tutela della fauna selvatica, si suggeriscono interventi immediati:
- moratoria venatoria nel Gargano e nelle zone limitrofe al Lago di Varano;
- censimento urgente della fauna residua, condotto da università e parchi con partecipazione civica;
- verifiche ambientali periodiche, con coinvolgimento diretto di cittadini, associazioni e ricercatori;
- responsabilità amministrativa e penale dei sindaci e delle autorità regionali per autorizzazioni illegittime o omissioni;
- monitoraggio e trasparenza dei dati sulle attività venatorie, fondi pubblici e interventi di gestione.
Collegamento al quadro del dossier
Questa vicenda rappresenta un esempio concreto di:
- gestione inefficace della fauna, come nei casi di orsi e cinghiali;
- violenza silenziosa sugli animali e degrado ecosistemico;
- spreco di fondi pubblici per attività non giustificate scientificamente;
- applicazione dei principi etici e giuridici affermati dalla sentenza del Consiglio di Stato del 2026.
La sezione rafforza l’argomento del dossier secondo cui la caccia non può essere imposta come interesse assoluto, ma deve sempre basarsi su dati concreti, protezione della biodiversità e responsabilità amministrativa.
Crescita delle richieste di indennizzi da danni
Nel territorio del Parco Nazionale del Gargano le richieste di risarcimento per danni da fauna selvatica sono fortemente aumentate: in un anno sono cresciute di circa il 200%, con imprese agricole e allevatori che hanno presentato domande di risarcimento per circa 300.000 euro per danni da ungulati e lupi.
Questo dato testimonia un progressivo aumento dei conflitti tra fauna e attività umane, oltre alla pressione su agricoltura e allevamenti, che però coesiste con la percezione di deserto faunistico effettivo per molte specie piccole e medie.
Indennizzi erogati dall’Ente Parco
Tra il 2018 e il 2021 l’Ente Parco del Gargano ha erogato agli agricoltori circa 1,2 milioni di euro per danni da fauna selvatica, in particolare cinghiali e lupi, con un aumento significativo delle richieste negli ultimi anni.
Questi importi, benché ingenti, sono spesi per compensare danni in un contesto di forte erosione delle popolazioni faunistiche storiche: un’ulteriore prova della situazione paradossale tra danni percepiti, spesa pubblica e stato reale della fauna.
Casi di bracconaggio e caccia illegale nel Parco
In passato nel Parco Nazionale del Gargano sono state contestate diverse attività di caccia illegale all’interno di zone protette. Denunce dei Carabinieri Forestali includono sequestri di fucili e fauna selvatica abbattuta illegalmente, con reati di introduzione di armi e disturbo alla fauna.
Questi episodi mostrano che la presenza di fauna selvatica non si traduce solo in “mancanza di cibo da cacciare”, ma anche in attività venatorie irregolari che compromettono la tutela degli habitat protetti.
“Feste della caccia” e criticità istituzionali
In passato associazioni come LIPU e WWF hanno contestato iniziative legate alla caccia all’interno o nelle vicinanze dell’area protetta, sottolineando il rischio di disturbo alla fauna e aumento del pericolo di incendi.
Questo tipo di eventi, pur non recenti, evidenzia come in passato la gestione venatoria nel Gargano sia stata percepita da associazioni ambientaliste come contraddittoria rispetto ai vincoli di parco nazionale.
Episodi di danni da fauna ai raccolti
Secondo alcune stime, in Puglia ci sono stati centinaia di incidenti e danni rilevanti causati da lupi e cinghiali, compresi attacchi al bestiame e distruzione di raccolti, con conseguente aumento di richieste di intervento da parte degli agricoltori.
Anche questi dati, pur basati su rilevazioni regionali, sottolineano la complessità del rapporto tra presenza faunistica, impatti economici e gestione amministrativa nel Gargano e dintorni.
4.13 Cinghiali — Recinzioni-trappola e corridoi ecologici interrotti: perché è gestione sbagliata e rischiosa
Che cosa sta accadendo
In molte regioni italiane sono stati installati recinti e corrals per il “contenimento” dei cinghiali, spesso senza censimenti, senza piani di prevenzione e senza valutazioni d’impatto.
Queste strutture, presentate come soluzioni “tecniche”, si rivelano nella pratica recinzioni-trappola: concentrano gli animali, li stressano e preparano il terreno a successivi abbattimenti.
Sicurezza per chi? Non certo per ecosistemi e cittadini.
Perché è sbagliato
- Effetto calamita: i recinti attirano nuovi individui, aumentando la densità e la pressione locale.
- Frammentazione: barriere continue tagliano corridoi ecologici e costringono la fauna a spostarsi verso strade e aree urbane.
- By-catch: restano intrappolate anche specie non target, come caprioli, tassi, volpi e ricci, con alta mortalità indiretta.
- Rimbalzo demografico: stress e abbattimenti “a blocchi” generano una risposta riproduttiva compensativa che mantiene l’emergenza permanente.
Profili legali essenziali
Le recinzioni-trappola, oltre a essere inefficaci, possono violare il diritto europeo:
- Art. 19 della Legge 157/1992: privilegio ai metodi non cruenti e obbligo di motivazione scientifica per ogni intervento lesivo.
- Direttiva Habitat 92/43/CEE: vieta attività che alterano habitat naturali o ostacolano la libera circolazione delle specie selvatiche.
- Direttiva Uccelli 2009/147/CE: tutela le rotte migratorie e proibisce mezzi non selettivi o dolorosi.
- Regolamento (UE) 1143/2014: richiede metodi selettivi e umani per la gestione delle specie invasive; vieta catture e abbattimenti di massa.
- Art. 191 TFUE: principio di precauzione e proporzionalità; ogni intervento deve essere fondato su dati scientifici e valutato nel suo impatto ambientale.
Senza VINCA (Valutazione d’Incidenza), censimenti pubblici, tracciabilità delle operazioni e monitoraggi post-intervento, questi sistemi risultano illegittimi e producono danno ecologico ai sensi della normativa europea e nazionale.
Impatti documentati sul campo
- Aumento di traffico animale e incidenti lungo strade e margini urbani.
- Danni agricoli spostati, non risolti.
- Cittadini disorientati da opere pubbliche costose e inefficaci, prive di trasparenza.
Che cosa andava fatto (prima del ferro)
- Gestione dei rifiuti e degli attrattori alimentari.
- Recinzioni puntuali e leggere solo su colture sensibili.
- Dissuasori certificati e corridoi di fuga sicuri.
- Sterilizzazione o contraccezione mirata dei nuclei stabili.
- Piattaforma open data per capi, costi, danni evitati e incidenti.
Richieste operative (cinghiali / recinzioni)
- Moratoria su nuove recinzioni-trappola finché non siano pubblicati mappa corridoi, VINCA e indicatori di efficacia.
- Audit tecnico-scientifico su quelle esistenti e rimozione dove creano frammentazione o pericolo.
- Piano integrato di prevenzione con report trimestrali pubblici.
- Stop ai rimborsi “a capo” e pagamenti condizionati ai risultati misurabili.
Approfondimenti: vedi dossier separato CACCIA CINGHIALI – documento di approfondimento
4.14 Bracconaggio e trappole: la crudeltà e la violenza sistemica nascosta nei boschi
Ogni anno in Italia vengono rinvenute migliaia di trappole illegali disseminate nei boschi, nei sentieri e persino nelle aree protette.
Si tratta di lacci, gabbie a scatto, cappi metallici o strumenti improvvisati che infliggono una morte lenta e dolorosa a volpi, cinghiali, caprioli e perfino animali domestici.
Questi strumenti di tortura non distinguono: chiunque passi, muore. Dietro ogni cappio c’è la mano del bracconaggio, la stessa logica di chi considera la vita animale un ostacolo, non un valore.
Le immagini documentano alcuni esempi reali di trappole ritrovate in Italia.
Ogni cittadino che le incontra può segnalare immediatamente il ritrovamento ai Carabinieri Forestali (1515) o alle associazioni ambientaliste locali: mai manipolarle direttamente, perché spesso contengono fili d’acciaio o meccanismi pericolosi.
Il dossier documenta come in diverse regioni, tra Lombardia, Veneto, Toscana, Calabria e Molise, il fenomeno del bracconaggio sia tutt’altro che residuale: decine di sequestri, centinaia di animali uccisi ogni anno e un giro economico che alimenta il commercio di carne selvatica e trofei illegali.
Bracconaggio sempre più brutale e diffuso
Negli ultimi mesi la stampa italiana ha riportato una crescita costante di episodi di violenza contro la fauna selvatica.
Bari – Lupa crivellata di colpi
Una giovane lupa, circa due anni, è stata ritrovata nelle campagne di Carbonara colpita da una raffica di proiettili. Le guardie ecozoofile del NOGEZ parlano di “tiro al bersaglio” e di una crudeltà crescente, in una zona dove la caccia non è consentita.
Si teme la presenza di cuccioli fuggiti durante la sparatoria.
Fonte: BariToday – Giorgio Puzzovio, 9 dicembre 2025.
San Martino Canavese – Cane ucciso a pallettoni da cinghiale
Un altro caso di violenza collaterale: un cane è stato trovato morto nei campi, probabilmente colpito da un pallettone da caccia al cinghiale, usato impropriamente.
Bracconieri nel Parco del Monviso – Camosci nel mirino
Il Nucleo Faunistico Ambientale ha sorpreso due bracconieri in alta valle Varaita, sequestrando un fucile ad alta precisione con cannocchiale.
Ancora una volta un’area protetta trasformata in zona di caccia illegale.
Bolzano – Lupo decapitato e mutilato nel Parco Fanes-Sennes-Braies
Un lupo è stato trovato senza testa, zampe e coda: un atto tipico del bracconaggio di trofei.
Durante le indagini, i Carabinieri Forestali hanno trovato armi sofisticate, silenziatori, ottiche termiche, pelli di ungulati e tre gracchi alpini abbattuti.
Politica che legittima la violenza – Declassamento del lupo: una scelta politica contro la scienza
La deriva istituzionale non è meno grave della crudeltà sul campo.
La Camera dei Deputati ha approvato il declassamento del lupo, passando da “specie particolarmente protetta” a “specie protetta”, aprendo di fatto la strada a futuri abbattimenti selettivi.
Voto parlamentare:
130 favorevoli – 85 contrari – 12 astenuti.
Il dettaglio dei voti evidenzia un sostegno compatto da parte di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, mentre le forze di opposizione hanno espresso parere contrario o critico.
Alcuni esponenti di governo hanno pubblicamente rivendicato il provvedimento come un successo politico, ignorando deliberatamente:
- le evidenze scientifiche sul ruolo ecologico del lupo come predatore apicale;
- i dati sulla convivenza possibile attraverso prevenzione e gestione non cruenta;
- gli obblighi derivanti da convenzioni internazionali, in particolare la Convenzione di Berna, tuttora vincolante per l’Italia.
Il messaggio che emerge è profondamente preoccupante: lo Stato legittima l’uso della violenza contro un predatore naturale, spostando l’attenzione dalla vera causa dei conflitti — bracconaggio, cattiva gestione del territorio e assenza di prevenzione — verso una scorciatoia politica che scarica il costo sugli ecosistemi.
Questa scelta segna un precedente pericoloso: quando la tutela della biodiversità diventa negoziabile, la scienza viene subordinata al consenso.
Incidenti di caccia: la violenza torna contro chi la pratica
La narrativa che presenta i cacciatori come “necessari alla gestione del territorio” crolla sotto i fatti.
- Città di Castello: cacciatore ferito, elitrasportato d’urgenza.
- Emilia-Romagna: ottantacinquenne si spara al piede con il proprio fucile durante una battuta.
- Numerosi episodi simili ogni settimana, a conferma che la caccia non è uno “sport”, ma un’attività rischiosa che mette in pericolo animali, cittadini, altri cacciatori e il territorio.
Come osservato da vari attivisti:
“Quando lo dicevamo con il referendum ci davano degli esagerati.”
Cultura politica della crudeltà: il caso Valdegamberi
Ulteriore segnale culturale inquietante: un consigliere veneto celebra pubblicamente un pasto a base di nutria, mostrando carcasse cotte come fossero una conquista.
Questo tipo di comunicazione normalizza la violenza, alimenta la percezione degli animali come oggetti e contribuisce alla deriva ideologica contro la fauna selvatica.
Violenza ostentata sui social
Mentre i social censurano contenuti animalisti e informativi, restano pubblicate senza problemi immagini come:
- cinghiali agonizzanti usati come “trofeo fotografico”;
- centinaia di lepri uccise e disposte in file come un macabro rito collettivo;
- animali feriti tenuti in posa dai cacciatori per vantarsi della loro uccisione.
Questa doppia morale digitale è parte integrante del problema: la violenza reale viene premiata, la denuncia della violenza viene punita.
Perché tutto questo conta nel dossier
Questi casi — cronaca, politica, cultura e social — formano un’unica linea rossa:
- uno Stato che tollera il bracconaggio e smantella le tutele è uno Stato che legittima la violenza;
- una società che normalizza la caccia normalizza la crudeltà;
- una politica che colpisce i lupi colpisce l’equilibrio ecologico.
“Il cinghiale si difende a casa sua”
(Fonte: Cavaliere News, ottobre 2025 – “Il cinghiale si difende a casa sua”)
Ribalta la narrazione mediatica: il “pericolo cinghiale” non esiste, esiste l’invasione dell’uomo nei loro habitat.
Un cinghiale ferisce un cacciatore. I titoli dei giornali parlano di “aggressione”, ma la verità è un’altra: l’animale si è difeso nella sua casa.
Da anni, i cinghiali vengono descritti come nemici pubblici, ma i veri invasori sono gli esseri umani, con le loro armi e i loro interessi economici. I boschi, gli argini e le colline non sono “zone di contenimento”, ma territori naturali abitati da esseri senzienti che reagiscono alla paura.
Ogni episodio come questo dimostra l’assurdità di una narrativa costruita per giustificare gli abbattimenti e nascondere il fallimento della gestione ambientale. La vera furia non è quella dell’animale, ma quella armata dell’uomo.
Approfondimenti: vedi dossier separato CACCIA CINGHIALI – documento di approfondimento
Propaganda “anti-bracconaggio” e contenuto reale del DDL
La comunicazione istituzionale relativa al DDL 1552 ha posto particolare enfasi sul contrasto al bracconaggio e sull’inasprimento delle sanzioni. Tuttavia, l’analisi del dossier parlamentare ufficiale evidenzia un quadro molto più ampio e controverso.
Il testo introduce infatti:
- ampliamento dell’utilizzo dei richiami vivi;
- cattura e cessione di uccelli destinati all’attività venatoria;
- rafforzamento del ruolo delle Regioni nella gestione venatoria;
- apertura al recepimento del declassamento del lupo;
- nuove sanzioni per chi “impedisce, ostacola o rallenta” le attività di controllo.
Particolarmente critico appare il tema dei richiami vivi, ossia uccelli detenuti in cattività e utilizzati per attirare altri esemplari durante la caccia da appostamento.
Le pratiche collegate ai richiami vivi risultano da anni oggetto di contestazioni da parte di associazioni ambientaliste e animaliste, anche in relazione a casi documentati di traffici illegali, detenzione incompatibile e maltrattamenti.
Il DDL 1552 non rappresenta quindi una mera revisione tecnica della legge 157/1992, ma introduce un significativo ampliamento dell’impianto gestionale e venatorio relativo alla fauna selvatica.
4.15 Trappole e crudeltà: il lato invisibile del bracconaggio
Non sono solo le doppiette a causare sofferenza. Ogni anno, migliaia di animali selvatici restano intrappolati in congegni artigianali: fili d’acciaio, lacci, trappole a scatto e tagliole.
- Diffusione: strumenti proibiti, ma ancora presenti in molte aree rurali italiane; piazzati da bracconieri che operano di notte o lungo sentieri isolati.
- Specie colpite: volpi, tassi, istrici, ricci, lepri e persino cani e gatti finiscono strangolati o mutilati.
- Sofferenza: gli animali spesso muoiono lentamente, dopo ore di agonia, in un silenzio quasi mai documentato dalla cronaca.
- Controllo: le forze dell’ordine sequestrano centinaia di questi strumenti ogni anno, ma le pene restano blande e gli autori sono quasi sempre impuniti.
Fonti: operazioni Forestali 2023–2025; dossier “Zoomafia” LAV – OIPA – LAC; segnalazioni ENPA e Carabinieri CITES Lombardia e Toscana.
Osservazione: questa violenza silenziosa è invisibile, sistematica e ancora tollerata da chi dovrebbe proteggere la fauna.
4.16 Recinzioni-trappola
Le recinzioni sono spesso presentate come soluzioni preventive ai danni della fauna selvatica, ma in realtà possono trasformarsi in trappole letali e comportare un grave spreco di risorse pubbliche.
- Recinzioni come falsa soluzione: spesso non risolvono il problema dei danni agricoli e creano un falso senso di sicurezza.
- Effetto trappola: gli animali rimangono intrappolati o feriti, aumentando mortalità e sofferenza.
- Frammentazione dell’habitat: ostacolano la mobilità naturale delle specie, riducendo biodiversità e resilienza ecosistemica.
- Rischio per fauna non target: uccelli, piccoli mammiferi e specie protette possono restare vittime collaterali.
- Inefficacia strutturale: non garantiscono un controllo duraturo della fauna selvatica e spesso richiedono manutenzione continua.
- Spreco di risorse pubbliche: fondi utilizzati per recinzioni e manutenzione potrebbero essere destinati a interventi preventivi e sostenibili, come sterilizzazioni, microchip e gestione ecologica.
Nota operativa:
- Da collegare alla Corte dei Conti / gestione fondi pubblici.
- Nel Dossier Cinghiali può costituire il Capitolo 5: “Soluzioni inefficaci e dannose”.
4.16A Profili giuridici UE
La gestione venatoria italiana presenta criticità normative rispetto al diritto europeo, con potenziali conseguenze legali e finanziarie per lo Stato.
- Direttiva Habitat: l’abbattimento sistematico e l’uso di trappole artigianali possono violare la protezione delle specie e degli habitat naturali.
- Principio di precauzione: misure preventive dovrebbero essere adottate prima di interventi distruttivi, soprattutto quando si rischia un danno ambientale.
- Responsabilità ambientale: i danni provocati a fauna e habitat possono comportare responsabilità dirette per enti e amministrazioni locali.
- Danno ambientale indotto: pratiche di bracconaggio e abbattimenti indiscriminati producono effetti negativi a cascata sull’ecosistema.
- Incompatibilità degli abbattimenti sistematici: tali pratiche contrastano con gli obblighi UE di gestione sostenibile e conservazione della biodiversità.
- Rischio di infrazione UE: l’Italia rischia procedure di infrazione per non conformità, con possibili sanzioni economiche rilevanti.
Nota operativa:
- Capitolo strategico per evidenziare responsabilità istituzionale e compliance europea.
- Nel Dossier Cinghiali può costituire il Capitolo 6: “Profili giuridici e responsabilità istituzionali”.
- Qui il dossier smette di essere una semplice denuncia e assume il valore di atto formale con rilevanza legale e amministrativa.
4.17 Il paradosso del Trentino: milioni per proteggere i lupi, poi le ordinanze per ucciderli
Per oltre vent’anni il Trentino è stato un laboratorio europeo di convivenza con i grandi carnivori, sostenuto da progetti LIFE che hanno portato fondi, know-how, recinzioni elettrificate, cani da guardiania, formazione e comunicazione.
Life Ursus, nei primi anni Duemila, ha reintrodotto e poi seguito l’orso bruno nel territorio; successivamente, progetti su lupo e orso, come LIFE WOLFALPS, WOLFALPS EU, DINALP BEAR, Bear Smart Corridors e Human-Bear Coex, hanno messo a disposizione strumenti concreti per prevenire danni e ridurre i conflitti, dalle reti e dai dissuasori fino ai protocolli per zootecnia e turismo naturalistico.
Questi progetti hanno consolidato reti transfrontaliere tra Italia, Slovenia e Austria e trasferito buone pratiche anche agli enti dell’Appennino, come il Parco della Maiella.
In parallelo, la Provincia autonoma di Trento ha adottato una linea politica sempre più orientata agli abbattimenti “in deroga”. Dopo gli incidenti del 2020–2023, il Presidente Fugatti ha firmato ordinanze per uccidere singoli orsi ritenuti “problematici”, come JJ4, MJ5 e M90.
Più volte i tribunali amministrativi hanno frenato questa linea: TAR Trento e Consiglio di Stato hanno sospeso o annullato esecuzioni quando le motivazioni non rispettavano la cornice UE della Direttiva Habitat e i pareri tecnico-scientifici di ISPRA.
Il punto non è se intervenire nei casi critici, ma come: il diritto europeo consente deroghe solo quando sono strettamente necessarie e proporzionate, e solo dopo aver dimostrato che prevenzione e mitigazione sono state applicate in modo serio.
I dati nazionali su lupo e orso mostrano un quadro in crescita ma gestibile se si investe davvero in prevenzione. Il monitoraggio nazionale ISPRA stima poco più di 3.300 lupi in Italia nel periodo 2020–2022, con presenza ormai diffusa lungo l’arco alpino e l’Appennino; gli orsi alpini restano invece numericamente molto inferiori e dipendono da coesistenza attiva e indennizzi rapidi.
La scienza ribadisce che, dove le misure LIFE — recinzioni, cani da guardiania, corretta gestione degli scarti e informazione ai turisti — vengono applicate bene, i conflitti diminuiscono e i costi per i bilanci pubblici risultano inferiori rispetto a una gestione emergenziale fondata su ordinanze e abbattimenti.
Cosa resta agli atti
- Finanziamenti UE e manuali tecnici: reti elettrificate, cani da guardiania, procedure “bear-smart” e “wolf-smart”, scambi transnazionali tra Slovenia, Austria e Italia.
- Ordinanze della Provincia autonoma di Trento e relativi contenziosi: i casi JJ4 e MJ5 come esempi emblematici dei limiti e delle condizioni delle deroghe.
- Quadro ISPRA: numeri aggiornati e linee di gestione fondate su evidenze scientifiche.
Il tradimento della missione
Pochi anni dopo, gli stessi territori che avevano firmato progetti per la convivenza hanno iniziato a chiedere deroghe per l’abbattimento di lupi e orsi.
Con la giunta guidata da Maurizio Fugatti, la Provincia di Trento ha autorizzato catture e uccisioni, giustificate come “misure di sicurezza”.
È un linguaggio politico che maschera un cambio di paradigma pericoloso: da protettori a persecutori, da modelli di coesistenza a paladini del fucile.
Gli orsi — reintrodotti anch’essi grazie a progetti finanziati con fondi europei, come LIFE Ursus (1996–2004) — sono diventati il simbolo di questa contraddizione.
All’inizio venivano celebrati come successo ambientale; oggi sono demonizzati, braccati, rinchiusi o abbattuti, mentre lo stesso territorio che li aveva accolti investe milioni nel turismo naturalistico.
Fondi per la tutela, turismo come alibi
Il paradosso è netto: si accettano fondi europei per salvare specie protette, poi si promuovono politiche di sterminio e si costruisce un racconto mediatico di paura per legittimarle.
Dietro le quinte, l’obiettivo appare diverso: liberare aree naturali da vincoli ambientali per fare spazio a strutture turistiche, impianti sciistici, resort e strade forestali.
La Provincia di Trento, che avrebbe dovuto essere custode di un modello di coesistenza etica, ha finito per usare la parola “gestione” come sinonimo di “eliminazione”.
Le ordinanze di abbattimento, le gabbie, le catture e i trasferimenti forzati sono diventati il marchio di un’amministrazione che tratta la fauna come un ostacolo, non come un patrimonio.
L’Europa osserva, i cittadini denunciano
Più volte, negli ultimi anni, la Commissione Europea ha espresso preoccupazione per la gestione trentina dei grandi carnivori, chiedendo chiarimenti sull’uso dei fondi LIFE e sull’allineamento alle direttive europee sulla tutela della fauna.
Le principali associazioni ambientaliste — WWF, LAV, LNDC, OIPA, Animal Law Italia — hanno presentato segnalazioni e ricorsi alla Corte Europea e alla Commissione Ambiente, denunciando l’uso distorto dei finanziamenti pubblici.
Parallelamente, sempre più cittadini e attivisti documentano una sistematica campagna di disinformazione, nella quale lupi e orsi vengono descritti come minacce, per giustificare scelte politiche già prese.
Verso la resa dei conti
Oggi la Provincia di Trento è al centro di procedimenti giudiziari e di inchieste internazionali per la gestione dei grandi carnivori.
Il presidente Fugatti, che ha firmato più di una dozzina di ordinanze di abbattimento e cattura, potrebbe presto dover rispondere davanti alla giustizia per violazioni delle norme europee e nazionali sulla tutela della fauna protetta.
È una parabola che pesa su tutto il Paese: si parte da una visione di tutela finanziata con fondi comunitari e si arriva a una gestione armata, che tradisce il senso stesso della convivenza e della responsabilità ambientale.
Il Trentino, che avrebbe potuto essere un modello europeo di coesistenza, è diventato un caso politico e morale. La vicenda si intreccia con la pressione delle lobby venatorie e con la resistenza di associazioni e cittadini che chiedono una gestione ecologica e non violenta della fauna.
La domanda che resta aperta è semplice e spietata: quante volte ancora dovremo pagare, con soldi pubblici e vite innocenti, gli stessi errori?
La caduta di un potere locale legato al modello venatorio è un segnale di cambiamento possibile e necessario.
Uso di soldi pubblici per la caccia
Il Comune di Bolzano finanzia con 4.000 € di fondi pubblici una manifestazione venatoria.
Questo è un esempio concreto di:
- sostegno pubblico alla caccia;
- uso di soldi dei cittadini;
- promozione culturale della caccia.
Questo tipo di caso è molto rilevante nei dossier perché dimostra che la caccia non è solo un’attività privata, ma un sistema sostenuto anche dalle istituzioni.
Celebrazione degli animali uccisi
La manifestazione consiste nell’esporre corna, crani e trofei di animali uccisi. Questo produce compiacimento e normalizzazione culturale della violenza sugli animali.
Contraddizione istituzionale: Bolzano non dispone di un centro di recupero per la fauna selvatica. Si spendono soldi per esporre gli animali uccisi, ma non esiste alcun centro dedicato alla cura degli animali feriti.
E in Abruzzo? L’Appennino che convive (quando applica davvero i progetti)
In Abruzzo la coesistenza non è uno slogan: è una pratica costruita negli anni attorno all’orso bruno marsicano, sottospecie prioritaria e rarissima, e al lupo appenninico, grazie ai Parchi — PNALM, Maiella, Gran Sasso-Monti della Laga — e a una lunga serie di progetti LIFE dedicati a prevenzione, corridoi ecologici, indennizzi e cultura “carnivore-smart”.
Tra i più rilevanti si possono ricordare LIFE ARCTOS e DINALP/Bear-network per governance e tutela dell’orso; LIFE MIRCO-Lupo contro l’ibridazione cane-lupo; LIFE WolfNet e WOLFALPS EU per monitoraggio, prevenzione e formazione; LIFE Apollo e gli itinerari con scambi tecnici che hanno coinvolto la Maiella, esportando e importando buone pratiche come dissuasori, recinzioni e piani di comunicazione locali.
I Parchi abruzzesi hanno costruito un modello “prevenzione-prima”: recinzioni e cani consegnati alle aziende, rimozione degli attrattori, squadre di pronto intervento, guide per il turismo responsabile.
Questo approccio ha ridotto la conflittualità e sostenuto un’economia di “natura viva” fatta di trekking, fotografia naturalistica, ristorazione e ospitalità lenta.
I programmi LIFE e i report tecnici pubblicati dai Parchi e da ISPRA documentano che, dove la prevenzione è capillare, i danni crollano e i rimborsi pesano meno dei costi sociali e giudiziari di approcci repressivi.
Resta aperto, anche qui, il rischio dei “piani di controllo” invocati a livello locale quando la prevenzione non viene applicata fino in fondo. Ma la cornice UE è chiara: specie protette, deroghe solo eccezionali e rigorosamente motivate; priorità a prevenzione, monitoraggio e indennizzi efficienti.
L’Abruzzo dimostra che la convivenza funziona: quando i Parchi guidano davvero, diventa un volano di reputazione e turismo, non un ostacolo.
Che cosa resta agli atti
- Progetti LIFE su lupo e orso: MIRCO-Lupo, ARCTOS, WolfNet, WOLFALPS EU; scambi e strumenti pratici adottati anche dalla Maiella.
- Linee tecniche e monitoraggi nazionali a supporto, con il contributo di ISPRA.
- Evidenze economiche: turismo naturalistico e riduzione dei danni dove la prevenzione è applicata in modo sistematico, come riportato dai Parchi abruzzesi nei report LIFE.
La stessa cultura dell’eliminazione applicata alla fauna selvatica si riflette su chi di quella cultura è strumento: i cani da caccia. Quando l’ecosistema viene trattato come un ostacolo, anche i cani diventano materiale di consumo: si usano, si logorano, si scartano. Da qui parte il ciclo di maltrattamento e randagismo che ricade sull’intera collettività.
Le segnalazioni, i dossier fotografici e i verbali delle associazioni citate sono archiviati in appendice o disponibili su richiesta. Tutte le fonti sono documentate, verificate e conservate nel rispetto della normativa vigente.
La costruzione dell’“emergenza lupo”: propaganda politica, responsabilità istituzionali e conseguenze reali
Negli ultimi anni si è diffusa con crescente insistenza una narrazione allarmistica sul lupo, spesso sintetizzata nell’espressione “emergenza lupi”. Questo linguaggio compare in titoli di stampa, dichiarazioni politiche e comunicazioni istituzionali, anche da parte di soggetti che storicamente si dichiarano sensibili ai temi ambientali.
Questa narrazione non trova riscontro nei dati scientifici disponibili né nel quadro normativo vigente. Il lupo (Canis lupus) è una specie protetta dal diritto europeo e nazionale; la sua presenza sul territorio italiano è monitorata da ISPRA attraverso stime basate su modelli scientifici, che non indicano alcuna crescita fuori controllo né una situazione emergenziale.
Secondo il monitoraggio nazionale coordinato da ISPRA, la popolazione di lupi in Italia è stimata in un intervallo compreso tra 3.307 e 3.945 individui. Si tratta di stime, non di un censimento, con margini di errore significativi e senza una contabilizzazione affidabile del bracconaggio, fenomeno per definizione difficile da rilevare.
Un elemento sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico è infatti la mortalità non naturale. Un’analisi aggregata basata su dati istituzionali evidenzia che tra il 2019 e il 2023 sono stati trovati 1.639 lupi morti in Italia. Questo numero rappresenta solo una parte del fenomeno reale, poiché molti animali uccisi illegalmente non vengono rinvenuti o segnalati. Bracconaggio, avvelenamenti e incidenti antropici costituiscono una pressione costante sulla specie.
La comunicazione pubblica che descrive il lupo come una minaccia o un’emergenza contribuisce ad abbassare la soglia di accettazione dell’illegalità. Le parole non sono neutre: costruiscono un contesto culturale e politico che può legittimare, direttamente o indirettamente, condotte criminali ai danni di una specie protetta. In questo senso, la narrazione precede e accompagna gli stermini illegali.
Dal punto di vista biologico, il lupo non è una specie a crescita esponenziale. Vive in branchi familiari strutturati, con una sola coppia riproduttiva, una cucciolata all’anno e un’elevata mortalità giovanile. L’uccisione di individui destabilizza i branchi, aumenta la dispersione dei giovani e può aggravare i conflitti e le predazioni, peggiorando proprio i problemi che si dichiara di voler risolvere.
È inoltre fondamentale chiarire che l’espansione territoriale del lupo osservata negli ultimi decenni non è il risultato di reintroduzioni artificiali, ma di dinamiche naturali di dispersione successive a decenni di tutela legale, come documentato dal progetto europeo LIFE WolfAlps.
Per quanto riguarda i danni agli allevamenti, le evidenze scientifiche mostrano che la maggior parte delle predazioni avviene in contesti privi di adeguate misure preventive. Dove vengono applicate correttamente recinzioni elettrificate, cani da guardiania e una gestione appropriata del pascolo, le predazioni si riducono drasticamente. Non esistono prove scientifiche solide che dimostrino una riduzione stabile dei danni attraverso l’uccisione dei lupi. La prevenzione non letale resta la soluzione tecnica più efficace, meno costosa e compatibile con il diritto europeo.
Anche sul piano della sicurezza pubblica, la rappresentazione del lupo come pericolo per l’essere umano non è supportata dai dati: in Italia non esistono casi documentati recenti di aggressioni mortali attribuibili ai lupi, che per loro natura evitano il contatto umano.
Il lupo svolge inoltre un ruolo ecologico essenziale come predatore apicale, contribuendo alla regolazione delle popolazioni di ungulati e alla stabilità degli ecosistemi. La sua eliminazione genera squilibri che richiedono interventi umani armati ripetuti, spesso giustificati come “necessari”.
Qui emerge anche il nodo economico. L’eliminazione sistematica dei predatori produce un aumento degli ungulati e una conseguente richiesta continua di “gestione armata”, con benefici economici per specifici settori legati alla filiera venatoria e costi ricorrenti a carico della collettività. La prevenzione non letale interrompe questo circolo vizioso ed è più efficiente anche sotto il profilo economico.
La costruzione dell’“emergenza lupo” non è quindi un errore comunicativo marginale, ma una scelta politica con conseguenze concrete. Dichiarazioni pubbliche e atti istituzionali, se non supportati da dati scientifici, possono contribuire a creare un contesto favorevole a violazioni sistematiche delle normative di tutela della biodiversità, con possibili profili di responsabilità amministrativa e giuridica.
Il lupo non rappresenta un’emergenza biologica
L’emergenza reale è una comunicazione politica irresponsabile che trasforma una specie protetta in un bersaglio, alimentando illegalità, mentre la natura dispone già di propri meccanismi di autoregolazione.