Dalla peste suina africana alla gestione venatoria: cosa emerge dagli studi scientifici e perché la narrazione dell’emergenza va ripensata
Indice dei contenuti
1. Il falso mito del sovrappopolamento ↓
- Struttura sociale del cinghiale
- Rimbalzo riproduttivo
- Perché la caccia aggrava il problema
2. PSA, caccia e diffusione del rischio ↓
- Il ruolo umano nella diffusione
- Perché il cinghiale non è il vero vettore
- Il contributo ecologico del lupo
3. Recinzioni-trappola e gestione sbagliata ↓
- Frammentazione degli habitat
- Rischi per biodiversità e sicurezza
- Profili legali e criticità normative
4. Casi concreti e sicurezza pubblica ↓
- Spari in centro abitato
- Gestione emergenziale e rischio civile
- Il fallimento della pressione armata
5. Business, fondi pubblici e alternative ↓
- Ex macello di Prosecco
- Filiera economica della gestione armata
- Prevenzione e soluzioni non cruente
Il falso mito dell’esubero dei cinghiali
Caccia di selezione e gestione della PSA: la gestione basata su abbattimenti continui, così come è stata concepita, nonostante le promesse di risolvere i problemi, rappresenta in realtà una delle possibili cause di diffusione di questa patologia, che non è una zoonosi e che crea squilibri esclusivamente tra le popolazioni di suidi. Le evidenze scientifiche mostrano inoltre che il concetto di sovrappopolazione deve essere rivisto. Allo stesso tempo, studi scientifici internazionali hanno chiarito il ruolo regolatore del lupo negli ecosistemi, anche in relazione al contenimento della PSA.
C’è una specie animale ritenuta responsabile di una lunga serie di pericoli, danni e criticità, in particolare:
- eccessiva capacità riproduttiva;
- trasmissione di una grave patologia;
- distruzione di colture destinate all’alimentazione;
- responsabilità civile nei sinistri stradali.
Chi pensasse alla nostra specie, l’Homo sapiens sapiens, arriverebbe a una deduzione logica, perché queste, e molte altre ancora, sono caratteristiche e azioni tipiche dell’essere umano.
Purtroppo, gli incriminati senza colpa sono i cinghiali, ovvero la Sus scrofa, mammifero della famiglia dei suidi che è, almeno dal 2016, oggetto di un attacco sempre più intenso, non supportato da evidenze scientifiche capaci di giustificare campagne di riduzione o eradicazione. Si parla infatti di eliminare almeno l’80% dei cosiddetti “capi” in tutta Italia ogni anno; in Toscana, per esempio, è previsto uno dei numeri più alti di esemplari da uccidere.
La demonizzazione del cinghiale è sostenuta anche dalla diffusione di notizie parziali o non veritiere, spesso rilanciate da una parte della stampa mainstream, i cui “direttori d’orchestra” sembrano essere alcune rappresentanze di categoria del mondo agricolo e zootecnico, quindi soggetti di natura privatistica, orientati al profitto anche quando questo entra in contrasto con l’interesse diffuso, come la tutela dell’ambiente.
In questa sezione si espone, con riferimento a studi scientifici e dati empirici, come molte delle accuse attribuite ai cinghiali non trovino reale fondamento nelle evidenze disponibili. Gli approfondimenti tecnici potranno poi essere sviluppati in modo più esteso in una fase successiva.
Il cinghiale è una specie autoctona in Italia e gli studi genetici dimostrano che la specie attuale deriva dal ceppo fondatore presente almeno dall’Olocene, quindi da prima della fine del Paleolitico superiore. Lo stesso Decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 gennaio 2015, che contiene l’elenco delle specie parautoctone, lo conferma: il cinghiale Sus scrofa majori non vi figura, proprio perché appartiene naturalmente al territorio. Si tratta dunque di un dato biologico accertato e non di una semplice concessione normativa.
Nel piano allegato all’Ordinanza n. 1/2026 sulla PSA viene richiamato anche un documento ISPRA del 2003, Linee guida per la gestione del cinghiale, in cui l’autoctonia della specie viene correttamente affermata. Gli incroci con razze europee di grosse dimensioni, provenienti soprattutto da Ungheria e Balcani, sono avvenuti tra gli anni Sessanta e Ottanta principalmente per fini venatori. Nonostante ciò, studi filogenetici hanno dimostrato che il cinghiale italiano ha conservato una propria identità genetica distinta.
Questo aspetto viene confermato indirettamente anche dagli stessi operatori interessati al commercio della carne selvatica, che per ragioni di mercato devono garantire una “carne di prestigio da filiera certificata”.
Il cosiddetto sovrappopolamento può essere letto come un effetto boomerang temporaneo dovuto proprio ai continui abbattimenti. Il rapporto tra causa ed effetto, già da solo, dovrebbe suggerire prudenza. A seguito delle modifiche agli articoli 18 e 19 della Legge 157/1992, oltre alla caccia ordinaria in forma singola, alle braccate e alle girate, la selezione al cinghiale è consentita tutto l’anno, sette giorni su sette, anche di notte. In Toscana, per esempio, esistono già tutte le delibere attuative in materia. Il risultato è che il cinghiale è costantemente perseguitato per essere ridotto numericamente e gli esemplari superstiti si disperdono, con frammentazione dei gruppi sociali.
Al di là di questo, per la specie non si può parlare in senso semplice di alta natalità. In un gruppo campione di dieci scrofe, anche ipotizzando che ognuna partorisca cinque piccoli, evento possibile solo in condizioni iniziali particolarmente favorevoli e sempre meno frequenti, la mortalità può arrivare all’80% per gelo, fame, predazione e interventi antropici. In pratica, restano circa dieci o dodici piccoli in totale nel gruppo. In condizioni ancora più sfavorevoli il tasso di sopravvivenza crolla ulteriormente, fino a raggiungere contesti di defaunazione, cioè drastica riduzione delle popolazioni animali in un determinato ecosistema. L’aumento della popolazione, quindi, è solo temporaneo e l’età media degli individui in vita si abbassa sempre di più: in senso letterale, questi animali hanno una vita breve.
Nel piano collegato all’Ordinanza nazionale 1/2026, per giustificare l’abbattimento di un numero molto elevato di cinghiali in un arco temporale ristretto, persino nelle zone indenni da PSA, si sostiene che sia necessario abbattere annualmente l’80% della popolazione presente, richiamando studi che tendono a sostenere l’efficacia del depopolamento massiccio. Per “zone indenni” si intendono aree non colpite dalla PSA, nelle quali viene comunque imposto di uccidere animali sani.
Gli studi di Scillitani et al. (2010), svolti peraltro in Italia, mostrano però gli effetti controproducenti della pressione venatoria intensa e continua, tra cui la dispersione spaziale e spostamenti a lungo raggio che gli ungulati non compirebbero in condizioni normali. Ne consegue che gruppi sociali sani, come gli altri, sarebbero tendenzialmente stanziali e non inclini a spostarsi in modo anomalo.
Va inoltre ricordato che la PSA non è una zoonosi e colpisce soltanto i suidi. È quindi evidente che i cinghiali non abbiano occasione di entrare in allevamenti intensivi, luoghi chiusi e artificiali. Al contrario, se un suino riuscisse a fuggire da un allevamento, difficilmente vi farebbe ritorno. La stessa Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha rilevato che la pressione venatoria può contribuire alla diffusione della PSA.
L’essere umano è infatti il vero vettore meccanico della PSA e svolge un ruolo cruciale nella diffusione del virus, che è molto resistente e può essere trasportato per lunghe distanze attraverso scarpe, vestiti, pneumatici o resti di cibo, come salumi infetti provenienti da allevamenti in condizioni critiche, poi abbandonati nell’ambiente.
Altri studi mostrano come l’abbattimento possa addirittura favorire la persistenza della PSA, soprattutto in presenza di una gestione non rigorosa delle carcasse, spesso trascurata durante le campagne di caccia. In Toscana, in Maremma, nel settembre 2025, si è avuto un esempio concreto di come “poca igiene e assenza di tracciabilità” possano caratterizzare la manipolazione della carne di cinghiale da parte di addetti macellatori sempre più improvvisati.
Come già osservato nelle osservazioni al PFVRT, il piano faunistico venatorio regionale toscano adottato con deliberazione n. 60 del 29 luglio 2025:
Gli ungulati rappresentano un anello ecologico fondamentale nella rete trofica. Essi svolgono numerose funzioni essenziali per il mantenimento della salute e della diversità degli ecosistemi: favoriscono la diffusione dei semi, contribuiscono a modellare la struttura della vegetazione, alimentano catene alimentari complesse che includono predatori apicali e numerose specie necrofaghe, partecipano al riciclo della materia organica e alla dinamica dei suoli. In particolare, essi rappresentano una base alimentare essenziale per il lupo.
La drastica riduzione o eradicazione della Sus scrofa, voluta dall’Ordinanza 1/2026 con il pretesto della PSA, al di là della crudeltà verso la specie e delle implicazioni rispetto all’articolo 9 della Costituzione italiana, sembra trovare spiegazione anche nelle recenti modifiche normative che hanno introdotto finalità di lucro nelle filiere faunistico-venatorie, con la riforma delle AFV richiamata dalla legge di bilancio 2026 e dalle conseguenti modifiche all’articolo 16 della Legge 157/1992.
Moltissimi ettari di boschi, zone umide, terreni di alta quota, ma anche aree boscose più piccole e apparentemente meno rilevanti, rischiano così di passare sotto una gestione imprenditoriale privata.
Nelle aree restanti il cinghiale sarà una specie sempre meno presente, o del tutto assente, perché eradicata; mentre nei perimetri delle nuove AFV, dove gli animali selvatici diventano di fatto “oggetti privati”, il sovrannumero non sembrerà più un problema. Al contrario, per garantire il successo delle giornate di caccia e quindi gli incassi, data la finalità di lucro, tutto rischia di essere consentito, istituzionalizzando il business della selvaggina, soprattutto quella del cinghiale, e dei trofei.
Ordinanze motivate da presunte “emergenze sanitarie”, benché di chiara origine antropica, che producono una strage di una specie animale senza colpa per compiacere specifici settori privati: è questa la fine dell’etica, della scienza, della logica e del diritto pubblico?
Vorremmo che tutto questo trovasse finalmente un limite. Grazie.
La gestione del cinghiale (Sus scrofa) tra rigore scientifico e deriva commerciale
1. Il mito del sovrappopolamento: analisi del reclutamento naturale
Le evidenze scientifiche, tra cui Bieber & Ruf (2005), smentiscono la narrazione di una specie “fuori controllo” per natura. In un ecosistema in equilibrio:
- Tasso di sopravvivenza: la mortalità neonatale e giovanile, legata a fattori climatici e alla disponibilità di frutti forestali, attesta il successo riproduttivo reale a circa 1,2-1,5 piccoli per femmina.
- Stabilità: un gruppo di 10 femmine produce mediamente 12 esemplari atti alla sopravvivenza. Il termine “invasione” risulta quindi fuorviante.
2. L’articolo 16 della Legge 157/1992 e il contrasto con l’articolo 9 della Costituzione
La trasformazione delle Aziende Faunistico-Venatorie (AFV) in entità a scopo di lucro, introdotta con la Legge di Bilancio 2026, configura un conflitto di interessi sistemico:
- Privatizzazione del pubblico: la fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato, viene gestita secondo logiche di profitto privato.
- Incentivo al sovrannumero: mentre lo Stato ordina l’eradicazione nelle aree pubbliche, compresi parchi e riserve naturali, attraverso l’Ordinanza PSA 1/2026, il privato ha interesse economico a mantenere alte densità di animali per garantire il business della caccia e della filiera della carne selvatica. In questo modo, la fauna viene trattata come bene economico-commerciale.
3. L’effetto boomerang della pressione venatoria
L’abbattimento massivo dell’80% della popolazione, previsto da recenti ordinanze, produce effetti ecologici opposti a quelli dichiarati:
- Frammentazione sociale: l’eliminazione delle matriarche destabilizza i gruppi e induce le giovani femmine a una riproduzione precoce e disordinata.
- Dispersione spaziale: lo stress provocato dalla caccia continua spinge gli esemplari sani a migrare verso nuove aree, aumentando, anziché diminuire, il rischio di diffusione della PSA, come confermato anche dai report EFSA.
4. PSA: errore di puntamento del vettore sanitario
Il virus della peste suina africana non è colpa del cinghiale e non è una zoonosi. Si tratta piuttosto di una conseguenza del modello industriale e del comportamento umano:
- Vettore umano: la persistenza del virus è legata alla gestione negligente delle carcasse e alla movimentazione di carni infette da parte dell’uomo, come denunciato anche in Food for Profit.
- Ruolo del predatore: studi recenti, tra cui Szewczyk et al. (2021), mostrano che il lupo neutralizza il virus nel tratto digestivo, agendo come “spazzino sanitario” naturale, funzione che l’eradicazione del cinghiale rischia di compromettere.
Conclusioni tecniche
L’attuale impianto normativo, tra modifiche agli articoli 18 e 19 della Legge 157/1992 e riforma delle AFV, appare guidato da un’agenda economica estrattiva più che da una reale necessità ecologica o sanitaria. La defaunazione in atto non risolve le problematiche agricole o sanitarie, ma prepara il terreno a una gestione privata del capitale naturale.
Il cinghiale è il primo capro espiatorio, ma questo schema rischia di replicarsi anche per altre specie, alla luce dei forti interessi economici già resi evidenti dalla Legge di Bilancio 2026 e dalle conseguenti modifiche alla Legge 157/1992.
Fonti
- Legge regionale toscana 10/2016, gestione “straordinaria” degli ungulati.
- Niedziałkowska, M., Tarnowska, E., Ligmanowska, J. et al., “Clear phylogeographic pattern and genetic structure of wild boar Sus scrofa population in Central and Eastern Europe”, Scientific Reports, 11, 9680, 2021.
- Specie parautoctone: specie introdotte dall’uomo prima del 1500 d.C. e ormai naturalizzate.
- Ordinanza 1/2026 – Piano di azione nazionale PSA
- ISPRA – Linee guida per la gestione del cinghiale
- Riferimento da verificare: il testo riportato sembra riferirsi al lupo e non al cinghiale.
- Assosuini – Alle origini dei cinghiali italiani
- Delibere Regione Toscana 941/2024, 1558/2024, 54/2025, 631/2025 e Ordinanza del Presidente della Giunta Regionale n. 1 del 28/01/2026.
- Scillitani et al., “Do intensive drive hunts affect wild boar spatial behaviour in Italy? Some evidences and management implications”, European Journal of Wildlife Research, 56, 2010.
- Bieber, C., & Ruf, T., “Population dynamics in wild boar Sus scrofa: ecology, elasticity of growth rate and implications for management of pulsed resource consumers”, Journal of Applied Ecology, 42, 2005.
- Defaunazione: riduzione drastica delle popolazioni animali causata prevalentemente da attività umane.
- Toïgo, C. et al., “Disentangling natural from hunting mortality in an intensively hunted wild boar population”, The Journal of Wildlife Management, 72, 2008.
- Pepin et al., 2017; Croft et al., 2020; Vetter et al., 2020; Ko et al., 2023.
- Gortázar, C., Guberti, V. et al., “Evaluation of possible mitigation measures to prevent introduction and spread of African swine fever virus through wild boar”, EFSA Journal, 2014.
- Food for Profit, documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi.
- Gortázar et al., “Opportunities and challenges in the control of tuberculosis in European wild boar populations”, Frontiers in Veterinary Science, 2015.
- La Nazione – Maxi sequestro di carne di cinghiale in Maremma
- Szewczyk, M. et al., “Evaluation of the Presence of ASFV in Wolf Feces Collected from Areas in Poland with ASFV Persistence”, Viruses, 2021.
- Terrestra – Le aziende venatorie: anatomia di un delitto perfetto
Perché la caccia non è la soluzione, ma la causa del problema
Da anni una parte del mondo venatorio ripete la stessa narrazione: “Ci sono troppi cinghiali, senza la caccia il territorio sarebbe invaso.” Questa affermazione non è supportata dai dati scientifici ed è smentita da numerosi studi etologici, ecofisiologici e veterinari.
La struttura sociale del cinghiale
Il cinghiale (Sus scrofa) è una specie sociale con una struttura gerarchica stabile di tipo matriarcale. I branchi sono guidati da una femmina dominante che esercita un controllo sociale e feromonale sulla riproduzione delle altre femmine.
In condizioni naturali:
- solo un numero limitato di femmine si riproduce;
- la presenza della matriarca inibisce l’estro delle subordinate;
- la popolazione si mantiene relativamente stabile grazie a meccanismi di autoregolazione biologica.
Cosa produce la caccia
Durante le battute di caccia, la matriarca tende a esporsi maggiormente per proteggere il branco e i piccoli, diventando così un bersaglio privilegiato. La sua uccisione provoca effetti a cascata:
- scomparsa del controllo feromonale;
- ingresso simultaneo in estro delle femmine subordinate;
- aumento del numero di femmine riproduttive attive nello stesso anno.
Il risultato è un incremento delle nascite, la frammentazione dei branchi e la dispersione di animali giovani e disorientati verso aree antropizzate.
Il paradosso venatorio: il rimbalzo riproduttivo
L’abbattimento intensivo non riduce stabilmente le popolazioni: le accelera. Questo fenomeno, noto come paradosso venatorio o rimbalzo riproduttivo, è ampiamente documentato nella letteratura scientifica.
Più si caccia:
- più aumenta la fertilità;
- più si anticipa l’età riproduttiva;
- più crescono dimensione e frequenza delle cucciolate.
Le popolazioni sottoposte a forte pressione venatoria mostrano tassi di crescita superiori rispetto a quelle non cacciate.
Evidenze scientifiche
Queste dinamiche sono documentate da studi ecofisiologici e veterinari, tra cui quelli coordinati dal professor Andrea Mazzatenta, docente di Medicina veterinaria presso l’Università di Teramo.
Non si tratta di opinioni ideologiche, ma di esiti biologici osservabili e replicabili.
La verità taciuta
La caccia:
- non controlla le popolazioni di cinghiali;
- distrugge la struttura sociale della specie;
- crea il problema che dichiara di voler risolvere.
Parlare di “esubero” senza analizzare le cause antropiche che lo generano è disinformazione. Parlare di “gestione” in assenza di basi scientifiche è propaganda.
La realtà è semplice e scomoda: i cinghiali non sono fuori controllo. È la gestione venatoria a esserlo.
Costruzione del “problema fauna” e normalizzazione dell’uccisione: il caso nutrie
Il meccanismo descritto per i cinghiali non rappresenta un caso isolato. Lo stesso schema si ritrova nella gestione di altre specie considerate “problema”.
Un episodio emblematico arriva da Gerre de’ Caprioli, in provincia di Cremona, dove un sindaco ha scelto di portare in scena pubblicamente il consumo di nutria come gesto mediatico e politico.
L’azione, presentata come provocazione o normalizzazione, evidenzia un meccanismo ormai ricorrente nella gestione della fauna selvatica:
- una specie viene introdotta o favorita dall’uomo;
- si genera uno squilibrio ambientale;
- lo squilibrio viene trasformato in “emergenza”;
- l’emergenza viene utilizzata per giustificare abbattimenti sistematici;
- l’uccisione viene infine normalizzata anche sul piano culturale, fino al consumo alimentare.
Questo processo sposta completamente la responsabilità: non sulle scelte umane che hanno creato il problema, ma sull’animale stesso, che diventa il bersaglio.
Nel caso specifico, la comunicazione istituzionale non propone soluzioni strutturali e durature, come prevenzione, gestione ecologica o contenimento etico, ma legittima la soppressione come pratica accettabile e socialmente condivisibile.
“Il cinghiale si difende a casa sua”
Fonte: Cavaliere News, ottobre 2025 – “Il cinghiale si difende a casa sua”.
Questa formula ribalta la narrazione mediatica: il “pericolo cinghiale” non esiste, esiste piuttosto l’invasione dell’uomo nei loro habitat.
Quando un cinghiale ferisce un cacciatore, i titoli parlano di “aggressione”, ma il contesto racconta altro: l’animale si difende nel suo ambiente.
Da anni i cinghiali vengono descritti come nemici pubblici, ma i veri invasori sono gli esseri umani, con armi e interessi economici. I boschi, gli argini e le colline non sono “zone di contenimento”, ma territori naturali abitati da esseri senzienti che reagiscono alla paura.
Ogni episodio di questo tipo mostra l’assurdità di una narrativa costruita per giustificare gli abbattimenti e nascondere il fallimento della gestione ambientale.
Recinzioni-trappola e corridoi ecologici interrotti: perché è una gestione sbagliata e rischiosa
Che cosa sta accadendo
In molte regioni italiane sono stati installati recinti e corrals per il “contenimento” dei cinghiali, spesso senza censimenti, senza piani di prevenzione e senza valutazioni d’impatto.
Queste strutture, presentate come soluzioni tecniche, si rivelano nella pratica recinzioni-trappola: concentrano gli animali, li stressano e preparano il terreno a successivi abbattimenti.
Sicurezza per chi? Non certo per ecosistemi e cittadini.
Perché è sbagliato
- Effetto calamita: i recinti attirano nuovi individui, aumentando la densità e la pressione locale.
- Frammentazione: barriere continue tagliano i corridoi ecologici e costringono la fauna a spostarsi verso strade e aree urbane.
- By-catch: restano intrappolate anche specie non target, come caprioli, tassi, volpi e ricci, con alta mortalità indiretta.
- Rimbalzo demografico: stress e abbattimenti “a blocchi” generano una risposta riproduttiva compensativa che mantiene l’emergenza permanente.
Profili legali essenziali
Le recinzioni-trappola, oltre a essere inefficaci, possono violare il diritto europeo:
- Art. 19 della Legge 157/1992: privilegio ai metodi non cruenti e obbligo di motivazione scientifica per ogni intervento lesivo.
- Direttiva Habitat 92/43/CEE: vieta attività che alterano habitat naturali o ostacolano la libera circolazione delle specie selvatiche.
- Direttiva Uccelli 2009/147/CE: tutela le rotte migratorie e proibisce mezzi non selettivi o dolorosi.
- Regolamento (UE) 1143/2014: richiede metodi selettivi e umani nella gestione delle specie invasive.
- Art. 191 TFUE: principio di precauzione e proporzionalità.
Senza VINCA, censimenti pubblici, tracciabilità delle operazioni e monitoraggi post-intervento, questi sistemi risultano illegittimi e producono danno ecologico ai sensi della normativa europea e nazionale.
Impatti documentati sul campo
- aumento del traffico animale e degli incidenti lungo strade e margini urbani;
- danni agricoli spostati, non risolti;
- cittadini disorientati da opere pubbliche costose e inefficaci, prive di trasparenza.
Caso documentato: spari in centro abitato ad Ancona
Il 27 febbraio 2026 è stato riportato un episodio gravissimo nella provincia di Ancona.
Secondo quanto emerso, due cacciatori hanno aperto il fuoco in pieno giorno, in strada, contro tre cinghiali fuggiti da una battuta di caccia, in prossimità di abitazioni e fattorie, in un’area collegata all’Oasi del Monte Strega, zona di protezione faunistica con divieto di caccia.
I Carabinieri Forestali di Sassoferrato e Fabriano, con la collaborazione del Nucleo di Pergola, hanno deferito i due cacciatori alla Procura di Ancona. Sono stati esplosi numerosi colpi di carabina lungo una strada principale che conduce a una frazione abitata.
Perché questo episodio è rilevante nel dossier
- Dimostra che la gestione tramite pressione venatoria può generare spostamenti improvvisi di fauna verso centri abitati.
- Evidenzia il rischio concreto per cittadini, passanti, automobilisti e residenti.
- Conferma che la logica “emergenza uguale armi” non elimina il problema, ma lo rende più pericoloso.
- Mostra un cortocircuito operativo: battuta di caccia → fuga degli animali → centro abitato → spari in strada.
Questo non è un caso isolato. È un modello operativo che espone la popolazione civile a un rischio reale.
Collegamento diretto al tema della gestione emergenziale
L’aumento della pressione armata, la gestione a valle e la trasformazione dell’emergenza in filiera producono un ciclo continuo:
caccia → dispersione → ingresso urbano → allarme → abbattimento → nuova emergenza.
Senza prevenzione strutturale, come gestione dei rifiuti, barriere mirate, corridoi ecologici, dissuasione e riduzione dell’attrattività urbana, il sistema si autoalimenta.
Che cosa andava fatto prima del ferro
- gestione dei rifiuti e degli attrattori alimentari;
- recinzioni puntuali e leggere solo sulle colture sensibili;
- dissuasori certificati e corridoi di fuga sicuri;
- sterilizzazione o contraccezione mirata dei nuclei stabili;
- piattaforma open data per capi, costi, danni evitati e incidenti.
Richieste operative su cinghiali e recinzioni
- moratoria su nuove recinzioni-trappola finché non siano pubblicati mappa dei corridoi, VINCA e indicatori di efficacia;
- audit tecnico-scientifico su quelle esistenti e rimozione di quelle che creano frammentazione o pericolo;
- piano integrato di prevenzione con report trimestrali pubblici;
- stop ai rimborsi “a capo” e pagamenti condizionati a risultati misurabili.
Stanziamento di 400.000 euro per l’ex macello di Prosecco (Trieste)
Nel 2025-2026 la Regione Friuli Venezia Giulia ha previsto uno stanziamento di circa 400.000 euro per la rimessa in funzione dell’ex macello di Prosecco, nel Comune di Trieste.
La riattivazione dell’impianto è stata collegata, anche a livello mediatico e politico, alla gestione della presenza dei cinghiali sul territorio. Questo elemento è centrale nel dossier perché evidenzia una scelta precisa: destinare risorse pubbliche a un’infrastruttura di macellazione presentata come parte della risposta al cosiddetto “problema cinghiali”.
La domanda tecnica che si pone è semplice:
- quali interventi strutturali di prevenzione urbana sono stati finanziati negli anni precedenti;
- quali misure concrete sono state adottate per ridurre l’attrattività dei centri abitati;
- quali dati dimostrano che tali misure siano state applicate in modo sistematico prima di investire in una struttura legata alla macellazione.
L’investimento in una struttura di abbattimento e lavorazione della carne rappresenta una risposta a valle del fenomeno. Senza un piano documentato di prevenzione primaria, il rischio è trasformare una criticità gestionale in una filiera stabile, senza intervenire sulle cause che favoriscono la presenza della fauna in ambito urbano.
Il dossier richiede quindi trasparenza sugli atti amministrativi, sulle delibere di finanziamento e sui piani di prevenzione adottati prima dello stanziamento dei fondi per l’ex macello di Prosecco.
Richiesta di sospensione della Sagra del Cinghiale
Al Sindaco del Comune di Fiesole
All’attenzione dell’Ufficio Ambiente
e, per conoscenza, alle associazioni in indirizzo
Si chiede una riflessione concreta sulla prosecuzione della cosiddetta “Sagra del Cinghiale” nel territorio di Fiesole.
Promuovere una festa popolare basata sull’uccisione e sul consumo di animali selvatici rappresenta una pratica sempre più in contrasto con la sensibilità etica crescente della società e con i principi di tutela dell’ambiente e degli animali riconosciuti dall’ordinamento italiano.
L’articolo 9 della Costituzione italiana stabilisce che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali. La Legge 11 febbraio 1992 n. 157 afferma inoltre che la fauna selvatica costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della collettività nazionale e internazionale.
Alla luce di questo principio, appare profondamente problematico che animali selvatici, appartenenti giuridicamente al patrimonio comune di tutti i cittadini, vengano trasformati in oggetto di celebrazione gastronomica o attrazione di eventi pubblici.
Un ulteriore elemento riguarda il ruolo della caccia nella gestione dei cinghiali. Numerosi studi scientifici hanno evidenziato che l’attività venatoria, anziché ridurre stabilmente la popolazione, può favorirne l’aumento attraverso la frammentazione dei gruppi sociali e l’incremento dei tassi riproduttivi.
In questo contesto, eventi pubblici che celebrano la caccia e il consumo di cinghiali rischiano di alimentare una narrazione distorta, che non contribuisce a una reale gestione ecologica della fauna selvatica.
L’articolo 544-ter del Codice Penale punisce inoltre chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagioni lesioni a un animale o lo sottoponga a sofferenze incompatibili con la sua natura. La promozione culturale di pratiche basate sull’uccisione di animali selvatici contribuisce a consolidare una cultura della violenza verso gli animali che sempre più cittadini rifiutano.
Alla luce di queste considerazioni, si chiede all’Amministrazione comunale di Fiesole di avviare una riflessione concreta sulla trasformazione di questo evento, promuovendo iniziative gastronomiche e culturali che valorizzino il territorio senza basarsi sull’uccisione di animali, in forme più sostenibili e salutari.
In molte città europee e italiane, feste tradizionali sono state progressivamente riconvertite in eventi basati su cucina vegetale, sostenibile e innovativa, dimostrando che è possibile promuovere turismo, cultura e convivialità senza ricorrere allo sfruttamento animale.
Fiesole, città di grande valore storico e culturale, ha l’opportunità di diventare un esempio di evoluzione civile e di rispetto per l’ambiente e per tutte le forme di vita.
Confidiamo in un vostro riscontro e in un impegno concreto verso una gestione del territorio più etica, moderna e rispettosa della fauna selvatica.
Distinti saluti
Attivismo by Progetto Vegan
Capitoli integrativi mancanti (work in progress)
Costi pubblici del modello venatorio
Spesa per abbattimenti, piani straordinari, indennizzi agricoli, costi sanitari e PSA.
Sicurezza pubblica e incidenti
Incidenti durante battute di caccia, rischio per i cittadini e aumento della mobilità animale.
Inquinamento e impatto ambientale
Munizioni al piombo, carcasse, contaminazione del suolo e delle falde.
Danno psicologico e culturale
Impatto della violenza sugli animali su cittadini, comunità locali e minori.
Business e conflitto di interessi
Filiera della carne selvatica, convenzioni pubblico-private, ruolo degli ATC e mancanza di separazione tra controllore e controllato.
Numero di animali uccisi
Assenza di evidenze pubbliche sulla riduzione stabile delle popolazioni e dei conflitti.
Sostenibilità e insostenibilità del modello
Un modello che mantiene l’emergenza permanente, produce conflitto e richiede fondi ricorrenti è strutturalmente insostenibile.
Alternative concrete
Prevenzione strutturale, controllo riproduttivo, trasparenza, monitoraggi indipendenti e indicatori pubblici di efficacia.
Marzo 2026 – Attivismo by Progetto Vegan – www.maakaruna.com
Sovrappopolazione dei cinghiali: è vero? Perché la caccia non funziona e cosa dice la scienza
Progetto Vegan
Il nostro desiderio da tempo è di “abbracciare” tutte le anime sul territorio italiano, in un grande progetto per essere INSIEME “LA” voce dei nostri cari animali. Una voce che faremo sentire su tutto il territorio nazionale e internazionale. Entra nel gruppo e pubblica i tuoi eventi e la tua attività vegana.




